La questione del dialetto divide da tempo il mondo della musica italiana: c’è chi lo vorrebbe estinguere, invidioso della visibilità che in alcuni casi ne guadagnano coloro che lo adottano, quasi che fosse una mossa non consentita dalle regole, e c’è chi lo vorrebbe elevato a cultura ufficiale, quale tratto distintivo di una resistenza contro l’omologazione.
Ciò che bisogna comprendere, al di là di qualunque schieramento e preferenza, è che la lingua deve esssere usata come strumento d’identità: non basta usare il dialetto, ma bisogna saper usare il dialetto. Il fatto che poi questo sia percepito come mezzo che non è politically correct è la conferma della vitalità e della specificità del suo essere veicolo di comunicazione ancora integro.
È indispensabile che chi lo adotta proponga una musica altrettanto caratterizzata geograficamente, fisicamente e storicamente: ultimamente è stato il caso di Davide Van De Sfroos e ora lo è dei Lou Dalfin. Entrambi hanno vinto una targa Tenco per il miglior album in dialetto, entrambi sono pubblicati dalla Tarantanius, ma soprattutto entrambi si muovono nei territori del Nord Italia: per la precisione, nel comasco Van De Sfroos e nelle valli occitane del Piemonte i Lou Dalfin.
Quasi che fossero i portatori di un tesoro nascosto o i cavalieri di una setta sconosciuta alle folle cittadine, ma ancora attiva nell’entroterra, i Lou Dalfin godono ormai di un seguito e di una fama consolidata: addirittura in questo disco, la produzione è affidata a Josh Sanfelici (bassista di Mau Mau, Fratelli di Soledad, Roy Paci), mentre l’artwork del cd è opera di Luca Enoch, fumettista di culto.
Già nelle premesse e nelle intenzioni della band “L´oste del diau” è un disco importante, quasi che volesse essere l’album definitivo dei Lou Dalfin, quello che più di tutti ne afferma lo spirito.
Vero è che in alcuni punti suona ripetitivo, soprattutto quando la compagine calca il tempo sulle gighe, ma è altrettanto vero che questa abbondanza delle portate è caratteristica di genuinità: piva, flauto, fisarmonica, violino, chitarra saracena, tromba e percussioni innescano danze che non sono patchanke da godere con un bel boccale di birra, ma vere e proprie musiche occitane. Le storie che stanno dietro ad ogni canzone creano poi un contesto fiero e profondo, che non è ricostruzione medioevale con fini turistici.
I brani spesso si muovono in medley strumentali corposi, girando in tondo al rock e al folk come creature selvatiche: ogni tanto il battere ritmico porta i pezzi troppo facilmente in reprise, ma i Lou Dalfin sono capaci di movimenti bastardi, tesi come un rap, quanto di ballate da cantastorie con tanto di bassotuba, fisarmonica, mandolino e sax baritono.
Che vi piacciano o no, sono una banda di briganti legittimati, anzi, ormai sono dei paladini del popolo.
Track List: