21/09/2007 | di Christian Verzeletti
Già con l’Ep dell’anno scorso e ancora prima con una serie di apparizioni live tra cui quella al Festival di Benicassim, i Les Fauves sono stati presentati come un gruppo dotato di potenzialità o meglio, come si suol dire, un gruppo capace di spaccare.
Chissà cosa si dirà adesso che per l’uscita del loro nuovo disco si sono esibiti addirittura ad un party del Festival del Cinema di Venezia. A tanto hype sembra rispondere il titolo stesso del film a cui la band di Sassuolo ha prestato un pezzo: “Non pensarci”.
È insita infatti nella proposta di questi quattro ragazzi poco più che ventenni una voglia di divertirsi e di sfottere, che se ne frega di cosa più convenga o sia richiesto dal mercato.
A differenza di tanti gruppi new-rock, più o meno affermati, i Les Fauves sono prima di tutto spassosi e provocanti. Solo così si spiegano certe “bombe” tirate al sistema con la smorfia di chi vuol ironizzare e sputare sul marcio che si trova nel piatto da cui si mangia. Titoli come “No Spaghindie” e “Bombs on the Siae” piuttosto che “Tom Ponzi’s boogie” o “Freak riot” parlano da soli.
E da soli preferiscono parlare i Les Fauves, senza bisogno di tanto hype. Lasciando alle loro canzoni la scena e mascherando sempre con buone dosi di strafottenza la sostanza del loro indie-rock onde evitare ogni rischio di seriosità (dal titolo a dir poco bizzarro all’idea di una trilogia su luci ombre e alienazioni che non sarà mai compiuta).
In questo gioco di pose più o meno spontanee, i ragazzi si trovano a loro agio e si sentono liberi di calcare sul punk, di stortare l’indie o di fare lo sgambetto al (Brit) pop. Suonano di slancio, storti e sguaiati anche quando liberano le tastiere o lasciano correre le chitarre semplici e ruvide.
Musicalmente non sono una novità – vengono spesso in superficie i Talking Heads e tanta new-wave -, ma reggono alla distanza proprio per il loro riuscire a risultare divertenti e alienati allo stesso tempo. Possono risultare spacconi, con tanto di campanaccio in “In the fallout shelter”, ma hanno pezzi che prendono e fanno muovere senza la solita futilità.
Certo, devono crescere in fase di scrittura e magari di arrangiamento, ma questo disco è già un passo avanti rispetto all’Ep dell’anno scorso. Per di più con una scaletta che varia quanto basta tra qualche tempo in levare, stralci di r&r, alcuni slanci punk e una ballata debilitata in odore di teenage pop.
È ancora possibile trovare un gruppo indie-rock degno di essere chiamato tale. E non solo per una questione di hype o di pura promozione.
Track List: