Due e un punto, tra parentesi, come dire a mezza voce “noi ci siamo, alla seconda puntata, e scusate il disturbo”.
Equilibrio e disequilibrio, equilibrio o disequilibrio? Loro si chiamano Lecrevisse, e paiono fare sul serio.
Il termine “Particolare”: sinonimo in ugual misura sia di originalità che di dettaglio, la fa da padrone già dalla traccia d’apertura.
“L’inevitabile e amara ironia delle differenze” viene guidata dalla mano sapiente e imprescindibile di Fabio Magistrali che suggella un episodio sospeso, dolente e
teso che pare uscire direttamente da “Hai paura del buio” degli Afterhours o se preferite da un qualunque altro lavoro di A Short Apnea.
Il violino epico della cavalcata “Fleurette”, che attendevamo dai tempi dei dEUS, come una catapulta lancia lontano ogni diffidenza consegnandoci un grande
brano, singolo perfetto e accattivante quanto basta, che svela un’evidente amore per i Motorpsycho e per il loro approccio alla materia rock. Riferimenti che
ritroviamo successivamente in “D.N.I.G.”, “Le piccole foglie”, “Nge287”, dove le chitarre non sono mai utilizzate come un mezzo ma sempre come un fine,
in dialogo fra loro, con un theremin, o più spesso con una voce rarefatta e mai sopra le righe.
Spetta ad “Origami”, nella quale un testo immaginifico lascia spazio ad una lunga ed eclettica suite indice di grande sensibilità espressiva, insieme ai 12 minuti
dell’eccessiva “Nge287”, richiamare in tutto e per tutto la lontana stagione delle esperienze psichedeliche ed allucinogene di sapore Pinkfloydiano. Se in quegli
anni tali sperimentazioni parevano spingere in una direzione esplorativa, qui tendono ad una ricerca maggiormente introspettiva, e complice l’assimilazione di una
sostanziosa porzione di post-rock, tanto le sonorità quanto le atmosfere paiono ripiegarsi su se stesse, in una tensione low-fi carica di nostalgia e spleen.
Non a caso questo termine ritorna in uno dei brani maggiormente rappresentativi dell’album: musica a cui basta un soffio per levigarne le apparenti asperità, rock che sa
percuotere o accarezzare a seconda dell’occasione, che non può che incuriosire per la maturità con la quale sa in ogni brano rimettersi in gioco.
Le facce di questo quintetto veronese sono molto più di (due.), tant’è che questi trovano il tempo di sforare pure nella malinconia di un sapido jazz
(Divertissement) e nella cover, questa volta alquanto superficiale e scontatuccia, di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. Voglio pensare che i
Lecrevisse, più affascinati dalle distanze piuttosto che dalle immersioni, da questo mare non vedano l’ora di salpare per poterlo attraversare diametralmente, raggiungendo
le acque da cui paiono provenire, retaggio di un mondo frammentato e affascinante, i frammenti che compongono l’immagine di copertina: una cartolina in bianco e nero, una
cintura, pezzi di Meccano, traforo e ritagli di stoffe a spartirsi una collocazione tra dadaismo e informale materico.
Perentorio rigore e originalità, cura del dettaglio, gusto acuto nel moltiplicare i piani di lettura… tenete d’occhio i Lecrevisse.