I Lampshade fanno parte dell’ultima generazione di musicisti che sta piano piano espandendo le proprie mire dall’Europa del Nord. Sono svedesi e, come altri loro colleghi, passano per la Danimarca e poi giù per il resto del continente facendosi pubblicare dalla tedesca Glitterhouse.
Volendo generalizzare, in questa che ormai si può descrivere come un’ondata nordica, si possono distinguere due correnti: una più acustica (basti pensare a Kings of Convenience, Sondre Lerche, Thomas Dybdhal) e una più elettrica con effigi post, noise o metal impresse sugli scudi a seconda della famiglia di appartenenza.
I Lampshade rientrano nella seconda specie, ma, a differenza dei Midnight Choir, dei Ricochets e di altri, ci sembrano essere dei giovinetti che seguono strategie prevedibili.
“Because trees can fly” è infatti un disco che segue lo schema fisso del post-rock: atmosfere che si distendono algide e malinconiche per poi impattare su muri elettrici con le chitarre che girano ellittiche.
L’inizio è abbastanza promettente con una “He is right in my mirage” che tra noise e sospiri sembra introdurre ad un mondo dolente ed una “Clean” che nel finale trova un soffio di tromba, ma troppo presto ci si accorge di come i Lampshade non riescano a fare a meno di calcare ripetutamente sulla parte elettrica fino a raggiungere una fastidiosa monotonia. A questo si aggiunga che la voce di Rebekkamaria fa il verso a Dolores O’Riordan dei Cranberries e soprattutto a Bjork con una pronuncia a tratti troppo fragile e un’estensione assai più limitata.
Le ripetute fughe in parti che tanto sanno di indie- e -core fanno pensare ad una mancanza di personalità nell’interpretazione e di coraggio nelle scelte.
Peccato perché le canzoni dei Lampshade, se condotte con più parsimonia, avrebbero anche qualche atmosfera in cui scavare, come dimostrano l’inizio di “Angel in Stockholm” con basso, organo e una tromba funerea e qualche altro passaggio riservato per lo più all’inizio dei brani. Unico vero brano a distinguersi è “Plakka plakka”, quasi una piccola brezza che al suo arrivo fa sospirare la pelle con due voci, un piano e un lieve arpeggio.
Prese singolarmente le tracce di “Because trees can fly” non deludono, ma, nonostante qualche accenno di tromba e di glockenspiel, hanno il difetto di sviluppare tutte la stessa formula e lo stesso umore.
Vista l’atmosfera delle loro canzoni, forse Rebekkamaria e compagni avrebbero fatto meglio a costruire un album di ballate spoglie e delicate: così invece si ha l’impressione di vedersi scorrere davanti sempre lo stesso video con immagini di un unico paesaggio che si susseguono e si sovrappongono sempre più concitate.
Track List: