Per Kelly Joe Phelps suonare sembra essere un mezzo per andare oltre, per comunicare qualcosa che è altro dalla musica stessa e dai suoi risultati. Non ci sono molti artisti in giro con un approccio simile: il folk-blues di cui questo chitarrista si è fatto portatore trascende dal genere allo stesso modo in cui esula dai riscontri che una canzone può ottenere. Ciò a cui Kelly Joe Phelps mira in ogni sua performance è uno stato di assorbimento interiore, vicino alla meditazione.
La musica diventa così un mezzo intimo e personale, quasi silenzioso nel suo svolgersi, per accedere e condividere un territorio dell’anima non distante da quello che toccano alcuni bluesmen e (pochi) cantautori, come Bruce Cockburn. Ciò comporta che ogni uscita incarni l’ultima esperienza di un cammino vissuto come una scoperta.
In questo senso il precedente “Slingshot professionals” sembrava aver raggiunto un apice personale ed artistico, da cui era difficile immaginare un lavoro successivo.
Solo un disco estremo, registrato dal vivo o in completa solitudine, avrebbe potuto tentare di dar seguito a quella voce e Kelly Joe Phelps, dando prova di aver coscienza della propria musica, ha scelto entrambi pubblicando un disco solo, live and acoustic. “Tap the red cane whirlwind” è stato registrato in California nel marzo del 2004 e risponde a quel desiderio di usare la musica come un cammino personale che trascende l’aspetto artistico: la scaletta è un percorso che parte dal blues per passare attraverso intensità folk e arrivare ad un paio di ballate che mirano alla luce.
Questo, a bene vedere, è il viaggio compiuto da Phelps nella sua carriera, con una sottigliezza nell’interpretazione appresa lentamente fino a saper suggerire più che raccontare, a saper sfiorare più che eseguire.
È questa capacità il pregio ma anche il limite di un disco, che è mono-tono già per la sua natura acustica e solitaria: alcune tracce sarebbero probabilmente risultate più stimolanti se accompagnate da qualche ulteriore arrangiamento, magari da contrabbasso e batteria come nella formazione ammirata anche in Italia nel 2003.
Phelps riesce comunque a offrire una serie di suggestioni non da poco, soffiando e mormorando sulle canzoni come succede nell’intensità di “Jericho”. Il suo è un soul grave e delicato che si (s)vela diffondendosi come una luce fievole: “Tommy” è ancora una volta esemplare con quel personaggio che “indossa un elmetto da minatore frustrato / per scavare alla ricerca delle parole come fossero oro”.
Le ultime due tracce hanno poi un andamento gospel che arriva a naturale compimento del cammino: incantevole è la versione di “Waiting for Marty” con la mano che lascia risuonare le corde e la voce che fa intuire la parvenza di un al di là.
“Tap the red cane whirlwind” è un disco per pochi, ma a quei pochi ha molto da dare.
Track List: