Kelly Joe Phelps è un bluesman moderno: non contamina il genere con loops ed elettronica, ma piuttosto lo avvicina con un approccio zen.
Già dagli ultmi dischi era chiaro che questo chitarrista dell’Ontario stava cercando una via personale alle dodici battute e, per scoprirla, prima di tutto a se stesso, ha dovuto passare attraverso un cammino fatto di brani propri e di cover: ci vuole spirito per fare blues ed è proprio allo spirito che mira Kelly Joe Phelps.
Non è un caso che “Slingshot professionals” sia prodotto da Lee Townsend e che vi compaiano Bill Frisell e Petra Haden (figlia di quel Charlie, grande contrabbassista jazz), tutta gente a cui non manca la capacità di comunicare spiritualità attraverso i propri strumenti.
Il disco è l’affermazione definitiva di un suono che appartiene a Kelly Joe Phelps nel suo intimo, estratto ed addomesticato lentamente nel corso di una carriera vissuta come una lenta iniziazione.
Oggi Kelly Joe scrive canzoni impregnate di blues e di un etno-jazz cantautorale, quasi del tutto prive di ritornelli: scrittura e suoni combaciano perfettamente usando immagini concentriche in una sorta di linguaggio biblico, in bilico tra l’enigmatico e il mistico.
Certi brani partono dal suono acustico di Mark Knopfler, o meglio di J.J. Cale, per espandersi in direzioni più libere, che sfiorano i territori più astratti dei dischi di Frisell o certe rarefazioni cantautorali di Bruce Cockburn.
Il disco è costruito sull’impasto tra le percussioni di Scott Amendola, il violino di Jesse Zubot e la fisarmonica di Chris Gestrin: questi tre riempiono le canzoni di Phelps di un’intensità mai ferma e offrono al chitarrista l’opportunità che cercava per sciogliere la propria voce.
Infatti, la title track e “Knock louder”, pur essendo dei folk-blues memorabili, finiscono per suonare come i brani meno personali del disco. Gli episodi migliori arrivano quando la chitarra di Phelps smette di attorcigliarsi e si immerge per nuotare con quella di Frisell: già l’intro di “Jericho”, con echi e percussioni, presenta un suono liquido e raffinato, proprio di chi ha bagnato la propria musica nel blues e ora si può permettere di nuotare con leggerezza sulla sua superficie.
A turno o in coppia il violino e la fisarmonica sostengono e carezzano il corpo di ogni brano, come succede in “Window grin” e in “It’s James now”. Quando poi compare anche la voce di Petra Haden (“Waiting for Marty”, “Rusting gate”), un’altra presenza è sussurrata sotto quella di Phelps, che risponde allo stimolo aggiungendo suggestioni con la sua armonica (“Circle wars”, “Rusting gate”).
Emblematica di tutto il disco è “Cardboard box of battaries”, che riassume la personalità della voce di Phelps: “c’è ancora una scintilla d’argento nella mia cavità che suona musica anche d’inverno”. Non c’è che da fermarsi alla sua imboccatura e ascoltarla scorrere verso l’esterno.
Track List: