Una volta lo si chiamava comunemente il “fatidico terzo disco”. Oggi, che i dischi contano sempre meno, si è costretti a stupire e a variare già al secondo, se non al primo.
C’è ancora chi però si prefigge di sviluppare la propria musica per gradi, portando ritocchi e coltivando sfumature. È il caso di Kathleen Edwards, songwriter ancora poco considerata dalle nostre parti: dopo due dischi di un folk-rock spartano, da inserire negli enormi spazi della provincia Americana, questa canadese classe 1978 ha avuto il coraggio di levigare maggiormente il proprio suono.
Il titolo potrebbe far pensare ad un addolcimento della scrittura e degli arrangiamenti, ma in realtà “Asking for flowers” è una raccolta tanto profumata quanto desolata. Anche per le foto interne del booklet, il rimando pare andare all’erbario di Emily Dickinson: chiaro che la Edwards non è una poetessa, eppure le sue storie al femminile rimangono sospese proprio come un compendio di fiori conservato gelosamente.
Meno asciutto dei precedenti, questo album è più ricamato sugli echi degli arrangiamenti, in particolare di keyboards e batteria che assumono un tono più compassato. Le canzoni si propongono con la consueta azzeccata semplicità, ma sono vestite anche di qualche ricamo e merletto d’epoca, che produce un effetto gessato.
Non tutto riesce al meglio, c’è qualcosa che suona prevedibile, soprattutto nel riff risaputo di “The cheapest key” e in qualche filo poco teso, che rende il disco forse inferiore ai suoi predecessori, ma l’insieme è apprezzabile per la ricerca di un contesto disarmante che non risponda ai soliti stilemi country-rock.
L’amarezza interiore di cui è dotato un pezzo come “Alicia Ross”, centrato su una storia d’abuso, o lo sguardo laconico di “Oh Canada”, che pulsa in modo affatto banale su un’intero paese, sono prove di una personalità che non ha bisogno di alzare la voce o di colpire con forza. Forte degli interventi sapienti della pedal steel di Greg Leisz e delle keyboards di Benmont Tench, ma anche di un quartetto d’archi a cui partecipa lei stessa, la Edwards porta avanti una ricerca sottile che solo ad un ascolto superficiale può apparire la solita reprise di un mainstream rock americano.
In scaletta c’è qualcosa che rimane a mezz’aria, confinato in un limbo indefinito, ma, se si ha la pazienza di approfondirlo, “Asking for flowers” si rivela una raccolta di piccoli esemplari, curati con cura e coscienza.
La Edwards sta tentando di collocare le sue canzoni in un ambiente che le appartenga e, come si diceva una volta, la prova del terzo disco può essere importante per ritagliarsi spazi propri.
Track List: