Kama - Uno Specchio un Lavandino

Kama

Uno Specchio un Lavandino

2004 - Casa Medusa, IKP

Emergenti

09/01/2004  |  di Claudio Mariani

Quante volte ci siamo fatti ingabbiare dai “generi” musicali; la mania di catalogare qualsiasi ascolto sotto un preciso stile o corrente musicale è stata sempre una prerogativa di tutti, sia degli addetti ai lavori, sia dell’ascoltatore più sprovvisto. A volte, dopo anni di esperienza, si ricade nell’errore, ma in linea generale si vorrebbe sempre trovare il disco “inclassificabile”, che difficilmente è assimilabile a qualcosa di già sentito. E’ chiaro che da un disco del genere ci si aspetta di più e si sa che esso crea più difficoltà nella recensione, ma questo fa parte dell’amore per la musica. Nel caso del Kama, basta la sola sua presentazione a toglierci (o metterci?) nei guai: “alternativo, cantautore, lo-fi di una bellevolezza fulgida”! Queste poche parole spianano la strada: la musica del Kama è difficilmente definibile, spiazza e lascia perplessi. Quello che disorienta è il clima che viene creato nelle sette canzoni del cd, che non sono né propriamente acustiche, né tantomeno proprio rock o pop: qualcosa di inedito, ma in un certo senso classico. Di sicuro la musica in questione entra subito in circolo passando dall’orecchio dell’ascoltatore, soprattutto per l’amalgama tra suoni e voce, quasi un dolce tappeto sonoro senza “stonature”. A tutto ciò si unisce un cantato che stupisce ancor prima della musica, una voce solida, completa e a tratti emozionante in pezzi quali “Icaro e Cesare” e “Bruto”. Quest’ultimo è la canzone più riuscita dell’album, un pezzo struggente, che altrove si definirebbe un “classicone”. Episodi validi sono anche “Sapore Sapido”, dove salta fuori addirittura un kazoo, e la canzone “Uno specchio e un lavandino”, delicatissima. Si arriva così al doppio finale, prima con la trascinante e quasi ipnotica “Passami un po’ di vita che non mi sento troppo bene”, il cui titolo dice tutto, e poi con una cover del compianto Pierangelo Bertoli (!!!), “I poeti”, una splendida versione in puro lo-lo-fi, chitarra, voce e registratore. In tutto 26 minuti di vero piacere arrangiati in maniera egregia.
Ultima avvertenza: all’inizio anche i testi, con il loro gusto nonsense, contribuiscono a spiazzare e sembrano alleggerire la portata artistica delle canzoni, ma questa sensazione sparisce e viene letteralmente ribaltata dopo qualche ascolto. In definitiva un gran bell’esordio da solista (dopo le esperienze come batterista con Scigad e Fabrizio Coppola) che ci fa sperare per il futuro, e nell’attesa cediamo nella tentazione di sempre scegliendo il genere per questo disco: musica d’autore!


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