05/06/2012 | di Claudio Giuliani
Tra la moltitudine dei dischi che vengono quotidianamente sfornati dallo sconfinato panificio della musica country non sono poi molti quelli che brillano per attendibile autenticità, un valore destinato a pochi che li rende preziosi, che li veste di unicità. In un orizzonte istoriato di omologazione ritrovarsi tra le mani un disco come questo I’ll keep calling è l’occasione di gustare sapori genuini e di far ritorno alla casa madre con suoni e canzoni baciate da un movente vero, dove scorre il sangue, dove vive un’anima fulgida, dove c’è lo stimolo della vita reale, quella che magari ha le pezze al culo ma che parla onestamente; è una proiezione di vita che procrea musica schiettamente ruspante senza compromessi con il pig-market.
Il barbuto JP Harris, nasce ventinove anni fa in quel di Montgomey, Alabama, di lui non si sa poi molto, già quattordicenne si trova ad essere on the road praticando negli ultimi dieci anni diversi mestieri: dal carpentiere al raccoglitore di mele, dal costruttore di banjo al busker; musicista di strada cresciuto alimentandosi a base di Hank Williams, Buck Owens, Waylon Jennings, Merle Haggard, Bob Wills, Elvis “Sun” Presley e truck-driving-honky-tonk-ballads si è attualmente spostato dal Vermont, dove ha vissuto nell’ultimo periodo, per sbattere i tacchi degli stivali sui selciati di Nashville.
JP Harris si presenta come uno dei più stimolanti e schietti esponenti di quella che viene etichettata hard core country music; l’esordio per la Cow Island Music, piccola etichetta che si distingue per la qualità delle sue produzioni nel settore, è assai brillante e ci consegna un disco puro e rimarchevole. Le registrazioni dei brani sono avvenute negli studi SavoyFaire del violinista Joel Savoy, a Eunice, Louisiana, cuore pulsante della cajun music. Oltre al violino di Joel Savoy le sessions vedono la partecipazione di musicisti di talento a cominciare dal ruolo fondamentale della pedal steel di Asa Brosius sostituito in alcune track da Charlie Bell, con la basilare chitarra di Chris Hartway, (chitarrista dei Dixons, country cult band dela scuderia Cow Island: consigliato un ascolto al loro Still Your Fool), con Eric Fey al basso e Glenn Fields alla batteria (la sezione ritmica dei Red Stick Ramblers, eccellente band che accoppia magistralmente cajun & country music: cercate i loro cd e godrete).
Come già annunciato in premessa le songs di mr. Harris arrivano da esperienze vissute e hanno tematiche veritiere: speranze, ansie, gioe&dolori, lavoro, delusioni, fallimenti, morte e resurrezioni che guizzano in chiave country’n’tonk; la spigliatezza di Two for the road seguita da Badly bent, bella mid-ballad, la sinuosa The day you put me out, lo swing’n’tonk di Take it back, la struggente Just your memory, il rockabilly di Shake it, l’honky tonk di Cross your name con un bel solo di violino e la propulsione di Gear jammin’ daddy ci recapitano uno dei migliori dischi country dell’anno.
Track List: