Sin dagli esordi all’inizio degli anni Novanta Joshua Redman è stato additato come uno dei più importanti sassofonisti degli ultimi tempi e più volte nel corso della sua carriera è stato accostato a John Coltrane.
Pur non raggiungendo il fervore musicale e spirituale di cui era capace Trane, Redman sa toccare vertici elevati e lo dimostra nuovamente in questo “Back East”, che lo vede tornare ad un jazz acustico di grande livello.
A quanto pare l’ispirazione del lavoro è venuta da un vecchio disco di Sonny Rollins, “Way out West”, di cui Redman ha voluto interpretare un paio di tracce, “I´m An Old Cowhand” e “Wagon Wheels”, collocate nella parte centrale della scaletta.
Al di là dei singoli brani Redman ha colto uno spunto che lo ha portato a rivolgere lo sguardo verso Oriente e a lavorare in quella direzione seguendo anche la via tracciata da Coltrane (“India”) e da un altro nume come Wayne Shorter (“Indian song”).
Forte di questi punti di riferimento, ha costruito un album importante anche in considerazione dei conflitti attuali tra Occidente e Oriente: pur non facendo uso di parola alcuna, la sua musica riesce a dire più di tanti discorsi in merito. Gli strumenti partono infatti dal jazz per suggerire arie orientali, stimolando a guardare e a farsi affascinare da quel mondo con rinnovata curiosità.
Redman si è fatto accompagnare da un gruppo di musicisti ovviamente di grande levatura scegliendo di non utilizzare il pianoforte per suonare più libero dalla melodia a vantaggio di suggestioni soprattutto ritmico-armoniche. La forma è prevalentemente quella di un trio in cui con il sax di Redman si alternano alla batteria Ali Jackson, Brian Blade ed Eric Harland, al basso Larry Grenadier, Reuben Rogers e Christian McBride, al sax Joe Lovano, Chris Cheek e il padre Dewey Redman.
Le prime due tracce fungono da introduzione, orientano la bussola prima con un soffio classico che si fa arguto giocando con le percussioni e poi con un afflato tenorile che si alza sopra la realtà per scorgere visioni lontane. Il disco entra nel vivo con “Zarafah” in cui si percepisce un incanto simile a quello descritto da Calvino ne “Le città invisibili”: il brano è uno dei più significativi insieme alla title-track mossa da una sensualità ritmica che rimanda ad un Charlie Parker in preda alle sue notti arabe.
Superba la seconda metà del disco: con due sax soprani “Mantra #5” fa incrociare le complessità e le diversità tra occidente e oriente elevandole poi in un finale che stupisce nel richiamo alto di “GJ”, condotta quasi in solitudine da papà Redman in una delle sue ultime performance prima di passare a miglior vita.
“Back East” è un lavoro di forte intensità, che si candida tra i migliori cd jazz del 2007.
Track List: