A guardare la regolarità con cui sta pubblicando negli ultimi anni tra dischi solisti, ristampe e improbabili reunion, bisognerebbe dire che John Doe è tornato a buttarsi nella musica a capofitto. Così è e forse così è sempre stato, ma l’impressione è che l’ex leader degli X fatichi a dare una direzione precisa alla sua carriera.
O meglio una direzione è stata data, ma senza spasimi, senza la bruciante urgenza che ne aveva reso unico il suono nella prima metà degli anni ’80. Oggi John Doe è quello che si dice un songwriter adulto che tiene la sua musica in equilibrio tra rock, punk e ballate cantautorali.
Così facendo sforna dischi apprezzabili, più che dignitosi, ma privi di una scintilla che li renda davvero necessari.
È il caso di questo “A year in the wilderness”, album che segue il crepuscolare “Dim stars, bright sky” (2002) e il più teso “Forever hasn’t happened yet” (2005), riassumendo i toni di entrambi quasi a voler dare una visione d’insieme, completa e matura, di quella che è la proposta di John Doe.
In poco più di mezz’ora si va da un rock scorticato a pezzi di songwriting amari, da scosse elettriche a ballate folk. Come suo solito John Doe mette insieme una sfilza di amici e colleghi (Dave Alvin, Greg Leisz, Chris Bruce, Dan Auerbach) senza rinunciare a qualche presenza femminile (Kathleen Edwards, Aimee Mann).
Ci sono alcuni pezzi di buona fattura che però rimangono intrappolati in una scaletta media senza riuscire a fare la differenza. Quello che davvero manca a John Doe è una band che porti avanti insieme a lui le canzoni facendone una questione di vita o di morte (e ciò si sente soprattutto in alcune parti di batteria programmate).
Sono da ammirare i ricami della steel di Greg Leisz, un paio di colpi rock (“Hotel ghost”, “There’s a hole”) e alcune ballate messe in risalto da una voce baritonale che si ricorda sempre di far comparire qualche fantasma tra le pieghe di una scrittura non banale.
Il buon John sa come creare ed esercitare un fascino vagamente oscuro e anche stavolta lo sfrutta per qualche duetto che lascia però il tempo che trova (soprattutto in “Golden state”). Tra le voci femminili di turno compare anche Exene Cervenka, la compagna di un tempo, quella che più di tutte ha lasciato un segno.
Il fatto è che ai dischi solisti di John Doe cominciamo a farci l’abitudine. Anche perché la “wilderness” in questione non ha la forza per attirare o spaventare, ma tende piuttosto a creare nostalgia.
Track List: