03/07/2007 | di Christian Verzeletti
Chi si aspettava un seguito a “Birthright”, lavoro scarno che era stato uno dei dischi blues del 2005, rimarrà spiazzato di fronte all’impatto saturo di elettricità di “Bad blood in the city”.
Chi non conosce poi la storia di James Blood Ulmer avrà bisogno di qualche ascolto per riconoscere in questo torrido funk-blues schegge free che rimandano ad un passato speso a fianco di Ornette Coleman ed ad un presente condiviso con Vernon Reid. Proprio l’ex-chitarrista dei Living Colour, accreditato nuovamente della produzione, è responsabile della “seconda giovinezza” che sta vivendo Ulmer: i due condividono uno spirito black tanto strumentale quanto ideale. Da una parte infatti portano avanti la ricerca sulle forme del blues, sfiorandone le propaggini rock e d’avanguardia; dall’altra sono portatori di una coscienza e di un impegno sociale, qua protagonisti in prima persona.
Il cd è frutto di registrazioni tenute nei Piety Street Studios di New Orleans e sembrerebbe far coppia con “Memphis Blood: The Sun Sessions”, anche perché la band è la stessa ( Leon Gruenbaum alle tastiere e clarinetto, David Barnes all´armonica, Mark Peterson al basso, Charlie Burnham a fiddle e mandolino, Aubrey Dayle alla batteria e appunto Vernon Reid alle chitarre). A differenza però di quel lavoro, che era valso una nomina ai Grammy Award, “Bad blood in the city” ha un significato più esplicito che assume i toni di una denuncia.
Tra pezzi propri e cover (John Lee Hooker, Junior Kimbrough, Son House, Bessie Smith, Howlin´ Wolf, Willie Dixon), Ulmer torna a cantare di New Orleans a due anni di distanza da Katrina e lo fa per mantenere l’attenzione su una tragedia che rischia l’indifferenza e l’approssimazione prima, durante e dopo l’accaduto. Le interpretazioni non sono profonde e spettrali come nel solitario “Birthright”, ma trovano forza in un suono volutamente più urbano. È esemplare il titolo che gioca col nome d’arte dell’autore ma soprattutto rimanda al sangue versato in modo assurdo da un’intera città.
Aprono frontali il funk di “Survivors of the hurricane” e “Sad days, lonely nights” in cui Ulmer torna a raspare il fondo della sua voce (lo farà anche in “Commit a crime”), ma il pezzo forte del disco è la successiva “Katrina” introdotta dai tocchi di chitarra e basso, poi cantata con disperazione fino a trovare i colpi della band.
Tra qualche calo di tensione (“Let´s talk about Jesus” suona come un’improbabile “Gimme shelter” in versione gospel-blues) e qualche numero noto, il disco tiene un livello che aumenta quando più si reclama giustizia come in “This land is nobody´s land” e nella conclusiva “Old slave master” dove la chitarra elettrica gratta di brutto per rimarcare una necessità non solo sonora.
Stavolta non si meriterà la nomination tra gli album blues dell’anno, ma James Blood Ulmer ha prodotto un altro disco che sta in piedi in modo autorevole.
Track List: