Indigo Girls - All that we let in

Indigo Girls

All that we let in

2004 - EPIC / SONY MUSIC

15/06/2004  |  di Christian Verzeletti

Riecco le Indigo Girls, sempre se stesse, sempre con le loro buone canzoni. Lo si capisce subito dalla copertina di quest’ultimo “All that we let in”: una sorta di fumetto cinese mette in evidenza il carattere sociale della loro musica, con una vena un po’ naive che ne inquadra bene la leggerezza in bilico tra pop e mainstream. Come ormai ci ha abituato da anni, ogni disco di questo duo è un piccolo compendio di canzoni intelligenti e impegnate, suonate con una sensibilità country-rock. Ogni volta c’è qualcosa di diverso, qualche traccia che si discosta dalla formula base, ma che comunque non muta la coerenza del lavoro: qua è il tiro di certi pezzi, come il tempo reggae di “Heartache for everyone”, che fa venire in mente un’ipotetica forma leggera dei Clash. Alle vocals c’è Joan Osborne, ospite di turno che si ritrova anche in “Tether”, dove testi e suoni citano decisamente Neil Young. A ben vedere, anche questi episodi non possono essere presentati come novità o come delle variazioni: il rock, come il reggae, sono sempre stati presenti nella musica delle Indigo Girls. E lo stesso si può dire per la presenza di ospiti: le due non hanno mai nascosto la loro disponibilità a qualunque forma di collaborazione e di approccio comunitario, anche al di fuori dell’ambito strettamente musicale. “All that we let in” è così il “solito” disco delle Indigo Girls, tanto che alcune canzoni come l’iniziale “Fill it up again”, “Free in you”, la title-track oppure “Rise up” possono essere considerate dei loro classici: Amy Ray e Emily Saliers sono ormai maestre nell’armonizzare i pezzi con le loro voci, nel curarli e sollevarli con le harmonies. Se da una parte bisogna dare merito alle due di essersi costruite un suono riconoscibile, dall’altra bisogna notare come questo avrebbe bisogno di qualche progressione, di qualche variazione. “All that we let in” è un disco onesto, non ottimo: non ha grandi brani, ma può comunque essere gustato e apprezzato. L’apporto alle tastiere (hammond, wurlitzer epiano), alla fisarmonica e al vibrafono di Carol Isaacs infarcisce le canzoni: basta come esempio “Perfect world”, uno dei brani emblematici dell’album, oltre che una versione fresca del roots. In questo pugno di canzoni ci sono tanto Joan Baez quanto i R.E.M., Neil Young quanto Crosby Stills & Nash e la lista potrebbe comprendere anche tanti altri buoni nomi del pop come del country. Amy e Emily sono delle puriste nell’accezione più aperta del termine: tanto è limpida la loro attenzione per il mondo femminile e per quello del lavoro, tanto lo è la loro versione dell’american music, fruibile e allo stesso tempo credibile. Queste due signore potrebbero essere schierate in prima linea come dei militanti, e magari ricavarne anche più visibilità, ma hanno invece intelligenza e sensibilità sufficienti per coltivare la coscienza. Con delle buone canzoni.


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Track List:

  • Fill It Up Again|
  • Heartache For Everyone|
  • Free In You|
  • Perfect World|
  • All That We Let In|
  • Tether|
  • Come On Home|
  • Dairy Queen|
  • Something Real|
  • Cordova|
  • Rise Up

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