Il Teatro Degli Orrori - Il mondo nuovo

Il Teatro Degli Orrori

Il mondo nuovo

2012 - La Tempesta Dischi / Universal

Italiana Alternative

13/02/2012  |  di Arianna Marsico

Rabbia, amore, compassione intesa come empatia, il dolore di chi arriva dall’inferno e non trova il paradiso sperato. Storia di un immigrato era il titolo di echi faberiani a cui il Teatro degli Orrori aveva pensato prima di scegliere la distopica fantascienza di Huxley e fonderla con Brodskij, Esenin, Stratanovskij e Céline. E se c’è qualcosa in grado di raccomandare il sommerso delle nostre metropoli, quello che pulsa disperato sotto la patina da cartolina è proprio questo rock distorto, impietoso che solo a volte (Vivere e morire a Treviso) si concede un momento di raccoglimento. Un “mondo nuovo” che il gelo e la neve di questi giorni hanno portato all’attenzione della cronaca. Il mondo nuovo è un concept di immigrant songs rese ancora più dolorose dal fatto che la realtà oggi è ancora più crudele ed impietosa di quanto fosse in passato.

Rivendico è un inno al diritto di vivere e a non sopravvivere sparato in faccia all’ascoltatore. In Io cerco te Capovilla alterna l’invettiva contro la città crudele e caotica (“Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più”) al desiderio di cercarsi un oasi tregua. Non vedo l’ora  commuove nonostante lo stridore quasi industrial nel raccontare la voglia di abbracciare l’amata di chi è lontano e porta via con sé la propria “guerra civile” (“Non vedo l'ora di abbracciarti ancora fino a farti mancare il respiro[…] non vedo l'ora di respirare l'aria di Londra e quell'odore di under-ground e toccarti di nascosto ti ha sempre fatto ridere e quando ridi io non vedo l'ora”).

Più continuo a scrivere più mi rendo conto che chi ascolta questo disco dovrebbe farlo con i testi davanti. Solo così non ci si fa travolgere dalla potenza del suono, per quanto essa sia funzionale al messaggio, e si assaporano appieno le parole dei brani così ricchi da essere infiniti ipertesti. Con Skopje e Gli Stati Uniti d’Africa si passa dai Balcani dilaniati al calore dei suoni afro che ammorbidiscono l’amarezza della constatazione che gli “Stati Uniti d'Africa non si faranno mai”  e che quella terra meravigliosa resterà divisa nei suoi stati sempre in guerra tra di loro ( con il placet più o meno esplicito dei governi occidentali che vendono loro armi) e con i confini così lineari da essere tagliati con l’accetta.

Cleveland – Baghdad  è la confessione di un soldato che si è arruolato “per i soldi sempre troppo pochi per una donna da sposare così bella per l'università” perché “un futuro migliore la pace la giustizia la democrazia non contano un bel niente” . Il brano alterna una parte iniziale con suoni da mille ed una notte a un’esplosione finale drammatica, amara, violenta. Sarebbe perfetta per un film di guerra davvero svuotato da retorica patriottica e pseudo-umanitaria.

Martino è il capolavoro che sguscia improvviso. Storia di un “figlio di un semplice operaio” stritolato dalla logica della catena di montaggio, ucciso dalla glacialità del “produci, consuma, crepa” (CCCP) sotto lo sguardo di un  Antonio Gramsci chese ne stava incorniciato alla parete come al solito”. Il crollo del mito del Belpaese, del potere operaio salvifico, della possibilità di aiutare qualcuno perché “il mio cuore non è abbastanza grande per sopportare le sue periferie” su note convulse e disperate.

Poi c’è il duetto che non ti aspetti. Caparezza fa capolino in Cuore d’oceano apocalittico viaggio attraverso un mare assassino. Il rap tagliente di Salvemini  e le sciabolate quasi heavy del Teatro degli Orrori creano un dialogo pieno di sfida, a metà strada tra Moby Dick e Apocalypse Now, tra l’emigrante e l’America del Nord simbolo dello sfrenato benessere.

Ion ha un attacco quasi folk sulle parole dolenti di Pierpaolo Capovilla, un blues delle origini con un testo che riecheggia Quasimodo (“Ciascuno è solo ciascuno con un peso nello stomaco )”. Monica alterna strofe sottolineati dagli archi a refrain cupi,  raccontando in parallelo due storia di emarginazione, quella di Monica, appunto, intrappolata da un lavoro non amato, e quella di Ahmed morto per fame a nemmeno 20 anni. Quest’ultima storia è ispirata ai versi che Ungaretti dedicò all’amico egiziano morto suicida Moammed Sceab.

Pablo inizia con la dolcezza delle tastiere ma poi Capovilla irrompe con una voce tra il carezzevole ed il metallico, come straniata dall’ingiustizia della storia . il brano prosegue con un crescendo maestoso e corale. Nicolaj narra una vicenda tondelliana, da Camere separate, con un magma sonoro lancinante e commovente come sapevano essere gli Smashing Pumpkins in Adore (1998).

Dimmi addio vive del dualismo tra il ritmo scoppiettante e il dolore delle parole. Dietro un sound da filastrocca si cela la scoperta del dramma dietro il quotidiano. Doris dopo un incipit da American Pie rivela tutta la sua potenza sonora ed il carico di disordine interiore della protagonista. Adrian mescola cori da film dell’orrore con un cantato lento e noir. I colpi della batteria sono lenti e millimetrici come lo scivolare nella follia di Adrian.

A Vivere e morire a Treviso è affidato il finale, nebuloso e  a suo modo romantico, con tanti suoni dal tran tran quotidiano (il canto del gallo, il pulsare dei pc, gli scricchiolii del legno) che traghetta ascoltatore dal fondo dell’abisso esplorato verso la superficie  delle cose. Sarà però impossibile continuare a guardarla nello stesso modo.

Mi rendo conto di essermi dilungata, ma Il mondo nuovo con la sua carica di realtà sbriciola la capacità di sintesi. Ascoltatelo, leggetelo, leggete ciò a cui rimanda e abbracciate le creature dolenti che lo abitano. 


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Track List:

  • Rivendico
  • Io cerco te
  • Non vedo l’ora
  • Skopje
  • Gli Stati Uniti d’Africa
  • Cleveland – Baghdad
  • Martino
  • Cuore d’oceano (feat.Caparezza)
  • Ion
  • Monica
  • Pablo
  • Nicolaj
  • Dimmi addio
  • Doris
  • Adrian
  • Vivere e morire a Treviso

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