I Luf cantano Guccini<small></small>
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I Luf

I Luf cantano Guccini

2012 - PerSpartitoPreso/Self
27/12/2012 - di
Rifare Guccini è un po’ come disegnare i baffi alla Gioconda. La lesa maestà, prima ancora che la figura da dilettanti allo sbaraglio, è dietro l’angolo. L’hanno scampata i Nomadi dei tempi di Daolio, Enrico Ruggeri, con Incontro - fiuuu! - per un soffio, tutto il resto (non molto in verità), come cantava il poeta, è noia (“no, non ho detto gioia, ma noia, noooia, noooia”). Sarà per l’allure intellettuale (un po’ anarcoide, un po’ movimentista) che lo accompagna ab origine, sarà per il vocione greve da mitologia cantautorale, sarà per le rime inusitate che se non sei aduso al vernacolo e al rosso da osteria finisci che balbetti, sarà per l’imprinting colto-verboso delle strofe, ma Guccini è Guccini: una tautologia, unico e inimitabile, come il brandy (o forse era whisky?) di pubblicitaria memoria. E adesso i Luf, a misurarsi coi topoi della sua leggenda.

Undici cover che più long-sellers di così soltanto l’Odissea, eccezion fatta per Canzone per Silvia (in versione pedissequa all’originale) e per Cinque anatre (arrangiamenti di impronta vetero-moscovita). Luf starebbe - ovviamente - per lupi. Canidi di lago più che di montagna, considerata l’estrazione comasca della band, che come il conterraneo Van De Sfros ci da dentro col cajun: violino, dobro, banjo, fisarmonica, chitarra, fisarmoniche a piede libero e alquanto dispiegate. Così che l’ascoltare risulta infine un bell’ascoltare. E poi si sente che il front-man Dario Canossi ha impronta e timbro gucciniani, che con le ballate del Nostro c’è nato e pasciuto, ha assiduità di frequentazione e di trascorsi. Morale della favola: i Luf  cantano Guccini e non  pagano pegno. Tutt’altro. Il restyling dei classici del padre della patria d’autore è artigianale, originale, e persino ardimentoso (ma un tantinello di timore reverenziale no?), foraggiato da accenti country-folk, suggestioni Irish, altre bandistiche, altre ancora cantautorali, e così sia.

Si parte con una Bologna virata quasi Dublino, (causa violini spiritati), si approda a L’avvelenata che non perde un grammo della sua originaria sapidità. In mezzo diversi e riusciti make-up: Dio è morto ricondotta a climi soft da ballata beatnik che era; Il vecchio e il bambino riveduta e corretta in chiave etno-folk (via fisarmoniche e chitarre a tutto spiano); Canzone per un’amica affrancata (finalmente!) dall’arrangiamento nomade. E poi c’è Auschwitz. Quasi irriconoscibile, non fosse che per le parole. Più ritmica rispetto al cult che abbiamo mandato a memoria (nella fattispecie, in effetti, ci sarebbe da avanzare qualche riserva  ma il tema complicava alquanto). Con Vedi cara si rientra in grande stile in zona cajon, così come con Eskimo che gira e (ti) rigira al ritmo festaiolo di sagre di stra-paese, e un lieve - ma proprio lieve - accenno a Bandiera rossa. Infine la crepuscolare Incontro, una spanna più andante della primigenia, alla faccia delle “stoviglie color nostalgia” e di lui che, “come in un libro scritto male/ s’era ucciso per Natale”. A questo punto non resta che il voto: un 8 senza remore. Per la presenza di spirito, il taglio e il passo propri, e l’audacia dei Luf.

Track List

  • Bologna
  • Dio è morto
  • Il vecchio e il bambino
  • Canzone per un’amica
  • Auschwitz
  • Vedi cara
  • Incontro
  • Eskimo
  • Canzone per Silvia
  • Le cinque anatre
  • L’avvelenata

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