Esistono album che sanno riconciliare con ciò che ci circonda. Album che si incontrano quasi per caso, lasciando che dapprima lo sguardo sfiori la copertina con curiosità
distratta. Album che riportano immagini ad interrogarti sul loro reale contenuto. Ci sono album che solo dopo un primo ascolto hanno il raro dono di lasciarti a bocca
aperta.
Se poi il caso vuole che per una volta sia un gruppo italiano a sorprenderti, la cosa non può che raddoppiare almeno il piacere dell’ascolto.
Gli Hogwash, attivi da ormai un decennio e con alle spalle due più che lusinghieri album oltre che ad una interessante serie di progetti paralleli (si cerchi il cd di
Colt38, che li vede fusi con i Verdena in un vero e proprio sound trip), con questo “AtomBombProofHeart” virano con decisione genere rispetto al passato concedendosi il
lusso di un progetto elegante e soft. Tale lavoro pare aprire di diritto un orizzonte nuovo nell’avventura stilistica del gruppo, carico di un ottimismo e una vena
genuinamente schietta, seppur filtrata dall’incondizionato amore per il recupero di certe scoperte seventies che in passato avevano permesso alla band di cogliere una via
stilistica personale e per nulla scontata in ambito rock psichedelico.
Accade raramente, ma che gran soddisfazione trovarsi a lasciar scorrere un album simile, dove con umiltà ed tensione emotiva si vuol spalancare un mondo intero di fronte
all’ascoltatore!
Perfetti conoscitori non solo del lato più sperimentale degli anni ’70, ma soprattutto di quello cantautorale di provenienza americana, gli Hogwash dipingono un mondo
dall’immagine non necessariamente a fuoco, di pascoli isolati dove le ombre di rami che sanno abbracciare sono disegnate dai riflessi di un sole basso e tiepido. Istantanee
che ci vedono sospesi, rivelando in tutta la sua magia un sottofondo trascinante. Una voce accennata in inglese, sussurrante quando serve e accompagnata da dolci intrecci
di chitarre ora in ballate tanto incantevoli da non riuscire appieno ad circoscriverle (Bribe, Sunday morning), altrove in deliziosi accenni indierock come la monumentale
“To become”, nella sua essenzialità di un minuto appena di durata.
Riferimenti? Nebulosi e attinenti al gusto di ogni singolo ascoltatore, come giustamente riporta lo stesso gruppo sulle note della cartella stampa. Per una volta
concordiamo in pieno, perché si tratta di una semplice questione di gusto l’accostarsi alle canzoni di cui oggi gli Hogwash si fanno portavoci. Una sensibilità che è prima
di tutto necessità di fissare sensazioni, risultati di un bisogno intimo di espressività. Sotto questo punto di vista quella di “AtomBombProofHeart” degli Hogwash è una
maiuscola prova di psichedelia.