I dischi targati Lost Highway sono ormai garanzia di un country-rock ben lustrato: oltre al sempre discusso Ryan Adams, provate a pensare a Bernard Fanning o alla recente uscita di Ryan Bingham. Certo, nel roster della label, che ha preso il nome da un pezzo di Hank Willliams, ci sono anche grandi “vecchi” e musicisti affermati, che al country si concedono solo per qualche flirt, ma l’obiettivo – il target, come lo chiamano gli addetti ai lavori …- è sempre quello di dare una spolverata ad un genere messo forse troppo presto in soffitta da molti.
Questo si traduce in sessionmen e produzioni di lusso, di cui possono godere anche songwriter giovani o non ancora del tutto sbocciati. È il caso di Hayes Carll, il cui debutto non incide come quello di Bingham, ma è comunque un disco in cui il suono del Texas torna se non a rinnovarsi almeno a prendere un colorito verde.
Oltre alla “solita” polvere la scaletta ha un piacevole profumo, quasi di magnolia, garantito dal mestiere di fior di musicisti quali sono Will Kimbrough, Darrell Scott, Pat Buchanan, Fats Kaplin, Dan Baird, Al Perkins, a cui si aggiunge Brad Jones in fase di produzione. Quasi superfluo dire che le canzoni sono fatte di chitarre acustiche, di qualche sferzata elettrica, di allunghi di pedal steel, di un paio di strizzate di dobro e di un violino che gira attorno qua e là, il tutto su un songwriting che non manca della solita buona stoffa. Il suono è dunque quel roots-rock texano che ormai ben si conosce: nulla di nuovo, eppure tutto più che apprezzabile.
Carll non riesce a nascondere le influenze dietro la sua barba e paga dazio a tanti, da Guy Clark a Todd Snider (ci potremmo anche mettere il Dylan di “Blonde on Blonde”), ma il suo intento non è quello di mascherarsi, anzi, il disco suona sincero proprio perché va a percorrere sentieri riconoscibili. E perché ovviamente lo fa con rispetto e competenza.
Tra qualche honky-tonk che dovrebbe far valere il suo tasso rock soprattutto dal vivo, si spera non solo sui palchi di Austin, il disco si fa ascoltare nelle ballate, quando Hayes canta da “vecchio” (su lezione di Johnny Cash e Merle Haggard) assumendo il passo del country più lento: tali sono “Girl downtown”, “Beaumont”, “Wild as a turkey”, “Don´t let me fall”, seguite a ruota da una cover di Tom Waits, dalla cantilena di “Willing to love again”, ben sfiorata da una Weissenborn, e dalla conclusiva “She left me for Jesus” (in un disco conservatore, come può esserlo solo quello di un buon texano, non poteva mancare un effige più o meno religiosa).
Insomma, “Trouble in mind” lo potremmo definire come un classico disco da Lost Highway.
Track List: