Harry Manx - West eats meet

Harry Manx

West eats meet

2004 - Dog My Cat Records

11/03/2005  |  di Christian Verzeletti

Con un gioco di parole, “West Eats Meet” presenta già dal titolo l’ampiezza di orizzonti che da tempo Harry Manx infonde nella sua musica.
Si può dire che questo chitarrista, nato in Canada ma cresciuto come uno spirito libero peregrinando tra le culture del mondo, abbia in mente un afflato musicale più che un preciso stile: i suoi dischi infatti mantengono una radice blues, ma non mancano mai di estendersi a territori più o meno limitrofi. La particolarità sta nel fatto che Manx non si limita ad attingere al folk, al soul, al gospel o al jazz, come succede nella maggior parte dei casi, ma lascia respirare la musica grazie ad un approccio spirituale che abbraccia armonie lontane, anche orientali.
Questa raccolta, pubblicata nel 2004 dalla sua Dog My Cat Records, potrebbe essere considerata un punto d’arrivo in quella che è la sua discografia, o meglio il suo viaggio: l’intento, coltivato a lungo e dichiarato esplicitamente nel booklet, è quello di conciliare le ritmiche gospel / blues con un senso dell’armonia più indiano. Per Manx ciò dovrebbe rappresentare la chiusura di un cerchio, dato che la sua formazione è stata segnata dall’apprendistato con il musicista indiano Vishwa Mohan Bhatt (già con Ry Cooder in “Meeting by the river”) e dallo studio della mohan veena, una sorta di sitar a venti corde suonato anche in questo disco. In effetti le dodici tracce proposte inspirano ed espirano una mistica sottilmente orientale e confermano il termine "mysticssippi", coniato appositamente per lui.
Essenziale e fondamentale è l’apporto percussivo di Niel Golden con tabla e dholak, responsabile appunto delle sfumature indiane.
Il disco ha un suo fascino, che la voce e il tocco chitarristico di Manx svolgono senza retorica, ma perde però d’intensità per via degli interventi vocali di Emily Branden e degli Heavenly Lights: proprio i cori e le seconde voci sono portatori di un soul toccante ma anche piuttosto scontato, quasi paradisiaco.
Meglio sarebbe stato se Manx avesse optato per un disco più radicale, di sole chitarre e percussioni, concentrandosi sul blues e sulle armonie indiane: invece spesso di indiano rimane qualche intro e qualche vaga atmosfera a favore di una manciata di buone ballate gospel / soul.
Gli episodi migliori del disco sono infatti quelli più muti, ovvero quelli strumentali come “Forgive & remember” o senza troppe voci come “Shadow of the whip” e “That knowing look of fate”: qua il canto di Harry Manx, a tratti affine a quello di Kelly Joe Phelps o di un Bruce Cockburn votato al blues, si fa apprezzare ed aumenta il rammarico per un disco troppo poco “solo”.
Basta solo ascoltare l’inizio di “Stir a little breeze” o certi passaggi di “The ways of love” per intuire la profondità che “West Eats Meet” avrebbe potuto avere.
Rimane un lavoro gradevole, che scalda il cuore ma che ha solo intravisto “la luce”.


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Track List:

  • Help Me|
  • Make Way for the Living|
  • Shadow of the Whip|
  • The Great Unknown|
  • Forgive & Remember|
  • Sittin’ on Top of the World|
  • That Knowing Look of Fate|
  • Stir a Little Breeze|
  • Tough & Tender|
  • The Ways of Love|
  • Something of Your Grace|
  • Hector’s Song

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