Harold Budd - The white arcades

Harold Budd

The white arcades

2005 - ALL SAINTS RECORDS

02/11/2005  |  di Simone Broglia

Harold Budd non è certo un nome nuovo nel music biz. È un pianista di qualità, reso conosciuto al pubblico a partire dalla sua prima opera “The Pavilion of Dream”, ma in realtà attivo musicalmente fin da quando ha iniziato a suonare.
Nei primi anni sessanta è alla scuola di Cage, e sotto la sua influenza realizza una serie di performance fra il minimalismo e avanguardismo del maestro, famoso per la sua estetica della musica, o meglio famoso per l’approccio ai suoni, ai rumori, e addirittura al silenzio.
Il punto di svolta precedente all’esordio discografico è “Madrigales of the Rose Angel”, un lavoro svolto principalmente da arpa e celesta di cui Eno si innamorò facendo partire una collaborazione fra i due durò fino a “The Pearl” 1984.
Questo “The White Arcades” è un disco del 1988, che uscì presso la Opal e ora ristampato e riproposto.
Il titolo è decisamente significativo per comprendere l’essenza del disco, le “bianche arcadia” è qualcosa che immediatamente dà l’idea di purezza, di candore, di forma, di misura, di toni delicati e movenze apollinee.
In effetti è un disco sospeso in un candore assorto che non lo rende impenetrabile, ma tende anzi a coinvolgere l’ascoltatore. Anche in brani dove la rarefazione dei suoni e la delicatezza di un velo elettronico scivola sull’ascoltatore, come in “The Real Dreams Of Salis”, non si ha mai iato fra suono e ricezione, non si ha uno stacco, ma si costituisce un fluire continuo. Casomai si può parlare quasi di contemplazione, di ascolto lirico, come nei confronti di “Algebra of Darkness”, brano forse più segreto degli altri che compongono il disco, costituito da un minimale apporto sonoro fatto di una lieve ambientazione elettronica e dalle magnifiche note di un pianoforte sfiorato, che non rivela in pieno la sua voce, ma è come se lasciasse sfuggire solo malinconici sospiri. I brani che compongono “The White Arcades” sono composizioni incontaminate, di cui possiamo fruire in modo quasi immediato, senza pensieri, arrivano attorno all’ascoltatore, lo avvolgono e lo fanno loro, senza bisogno di una componente ritmica, senza bisogno di sorrisi melliflui.
L’Arcadia era il luogo dell’antica Grecia dove regnava la semplicità e l’immediatezza della vita agreste, l’arcadia di Budd non ha nulla di agreste o pastorale, come solitamente s’intende nella musica colta occidentale. Prima di tutto non è un luogo, ma uno spazio. Uno spazio bianco dove la musica si disperde e allo stesso tempo si concentra verso l’ascoltatore. È uno spazio bianco, senza colori, puro, lunare, con una luce così forte che acceca la ragione.
Si può solo ascoltare.


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Track List:

  • The White Arcades|
  • Balthus Bemused by Color|
  • The Child with a Lion|
  • The Real Dream of Salis|
  • Algebra and Darkness|
  • Totem of Red-sleeved Warrior|
  • The Room|
  • Coyote|
  • The Kiss

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