Speriamo che arrrivino indenni a smontare la fatidica “credenza popolare” circa la criticità del settimo anno di matrimonio; ma sentendo il caratteraccio e una certa depressione che circola in questo registrato, il dubbio sgomita. Gli sposini in questione: Dan Boeckner e Alexei Perry, rispettivamente chitarrista della band Canadese dei Wolf Parade e – la signora – “addetta” alla drum machine e sinth, ridanno vita (?) al duo “Handsome Furs” e si ingegnano nel dare alle stampe il loro secondo disco: Face Control, che segue di un anno più o meno il precedente “Plague Park”. E da subito si tocca con mano il calo della tensione morbida e gradevole di dancefloor-rock degli esordi per assaltare un gratuito sound mordace e nello stesso tempo gravido di rimandi e abusi verso gli anni ’80; ed è qui che il nuovo progetto annaspa e annega nell’inconsistente, si strozza in un autolesionismo concertato per una realtà musicale pallida e stantìa.
La decadenza di suono è altisonante; nonostante gli schizoidi tentativi punkeggianti di una voce e chitarra esagerata e di un ricamo allampanato di elettronica, il disco rimane allo start di partenza, circoscritto in un indie-electro-wave da manuale. Non esiste un compromesso a mitigare il rilassamento sonico in cui gli Handsome Furs sono incappati, nulla che può far capire l’abbandono totale della loro vena “danzereccia” per fuggire “all’estero”, in terra della decostruzione a freddo vicino all’Europa dell’Est apparentata con bit e samplers darkeggianti che , se da un lato rimarcano una tendenza al recupero funzionale del “sinthetico”, dall’altro, inevitabilmente, crollano in verticale nell’equiparazione ai tanti, inutili riferimenti plagianti di vecchia data.
E, nonostante il prodigo indaffaramento di Boeckner di torturare la sua chitarra elettrica con distorsori e pedaliere punk, influenzandole con le botte si sinth e programmings della Alexei, non si cava un ragno dal buco; un rincorrersi senza via d’uscita, e dove ritornano a bussare alla porta i New Order (All we want, baby, is everything), i Depeche Mode afflitti (Officer of hearts), qualcosa degli Everything but the Girls (I,m confused, Thy will be done), gli immancabili Sister of Mercy (Evangeline), e tutto l’armamentario del sintethismo ghiacciaiolo che faceva battere i denti agli Ottanta (Nyet spasiba, Talking Hotel Arbat blues, Radio Kaliningrad).
Se è vero che ogni album rispecchia le vari fasi dell’evoluzione umana e artistica di un musicista, questo “Face Control” né è l’esatto contrario, come a stabilire una volta per tutte che si può anche regredire nell’involuzione totale, quel “tre passi in avanti” per tornare all’indietro in un “punto di non ritorno”. Evoluzione? Roba strana.