I Guignol sono un gruppo milanese attivo ormai da più di dieci anni nell’ambito del miglior indie nazionale. Il lavoro in questione è la loro terza prova gravida di sardonica ironia e di beffardo umorismo per un’estetica del grottesco e dell’assurdo contemporaneo che ben rispetta il loro nome, derivato da una marionetta francese che rappresentava la forza della protesta irriverente verso i potenti. La musica è di stampo indie molto ritmata e sincopata, con cadenze e riff elettrici intensi, schematici, magari poco raffinati e virtuosi ma certamente taglienti ed espressivi, a sostegno della recitazione cantata di chiara matrice 'contro'. I Guignol non risparmiano nessuno e iniziano con un brano riferito alla nostra situazione social-politica attuale, lontanissima nei fatti da quello che si dichiara a parole; qui in alcuni momenti abbiamo avvisato un’eco del tema principale del 'Fantasma dell’Opera' , con quelle cinque note in discesa così coerenti all’evocazione di tragedia teatrale suggerita dal gruppo. Anche il costume nazional popolare viene passato al tritacarne in 'La Montagna', dove i vizi pubblici e privati del Belpaese passano in rassegna con una narrazione in prima persona; ritmo binario e organetto ipnotico sottolineano l’effetto pericolosamente ammaliante delle tentazioni italiote. In più di un momento il gusto per un rock semplice, qualche accenno di blues e armonica, testi chiari e sprezzanti, metrica curata e timbro vocale da menestrello ci hanno ricordato l’Eugenio Bennato prima maniera, un po’ meno mediterraneo e con una venatura più urbana alleggerita da qualche excursus ritmico e melodico stile anni ’60, come in 'Il Paradosso' e in 'Dall’Altra Parte'. Più tesa, diremmo alla Cheap Wine, la splendida '12 marmocchi', numero apostolico per valori al contrario, ma il gruppo ha già precisato che Cristo è stato fatto annegare nel Po. 'Polli in batteria' ricorda i polli di allevamento di Gaber con un tappeto nevrotico tipo indie rock anni ‘80 alla Joan Jett; si arriva poi a toni più drammatici nelle conclusive 'Il turno', che parla dei drammi della vita in fabbrica, e 'L’incendiario', che mette in evidenza i problemi del piccolo impiegato; entrambe queste figure sono viste in relazione ad una realtà che le travalica, le opprime e le annulla; l’organetto psichedelico alla Doors / Suicide dipinge perfettamente l’incubo sotteso a queste storie. Un lavoro intenso, tutt’altro che banale e con una simbiosi tra testi e basi elettriche che ci ricorda il miglior rock di accusa a cavallo degli anni ’70 ed ‘80. Indie rock d’autore, da scoprire.
Track List: