Secondo volume della serie “The deep end”, ovvero delle sessions in studio che i Gov’t Mule hanno tenuto con il meglio dei bassisti che gravitano attorno all’orbita rock del pianeta terra dopo la scomparsa di Allen Woody.
Si sa, i Gov’t sono tra le bands che hanno tenuto alta la bandiera del rock-blues negli ultimi anni e questo basta a guadagnare loro una stima che ogni recensione dovrebbe sottolineare. Anche stavolta non ci si può che inchinare di fronte a questa nuovo disco, per di più doppio con l’aggiunta di un cd che contiene qualche bonus e del materiale video, anche se l’impressione è che l’insieme sia ancora più variegato di “The deep end vol. 1”.
Intendiamoci, la qualità è sempre altissima, ma il precedente, pur nella sua varietà, era un disco con un peso maggiore, più compatto, insomma una prima scelta: non che questa sia una raccolta di scarti, solo che i pezzi faticano a coagularsi tra loro, a farsi ammirare come un unico blocco monumentale.
Le tredici tracce passano dal funky frenetico di “Greasy Granny´s Gopher Gravy ”, guidato da quella furia che è Less Claypool, fino ad arrivare dalle parti del jazz con “Babylon Turnpike”. Proprio questa eterogeneità serve però ad evidenziare le grandi doti dei Gov’t Mule più di quanto facesse ogni altro loro disco: ne è esempio “Sun Dance” uno strumentale che parte in stile fusion e poi si tramuta in un metal sotto acido con una serie di scale accelerate prima di tornare nell’hard rock.
Nonostante le diverse attitudini degli ospiti presenti in studio, non solo al basso, i Mule dimostrano di avere tanta anima e tanta tecnica da coprire qualunque campo: il boogie-funky di “What is hip?”, che sarebbe piaciuto a James Brown, la ballata acustica di “Lay of the sunflower”, impreziosita da Phil Lesh e dal mandolino di David Grisman. Soprattutto la chitarra e la voce di Warren Haynes godono di una versatilità che varia anche i pezzi più classici, siano essi rock-blues o southern rock: così “World of confusion” ha un fondo oscuro che nel riff ricorda i Led Zeppelin, mentre il bluesaccio di “Catfish blues” viene portato via da un grande tremolo e da una voce quasi filtrata. Anche “Hammer and nails” è un blues preso per i capelli: la voce di Haynes sembra fermarsi per guardare alle proprie spalle e poi ripartire ancora più convinta della propria missione.
Di fronte a pezzi del genere, è difficile dire che i Mule hanno preso con sé troppi discepoli, soprattutto quando questi portano il nome di Johnny Neel, Chuck Leavell, John Medeski, Tony Levin, Gary Lucas, Jack Casady, Meshell Ndgeocello e così via.
Certo, c’è qualche sbalzo, ma mai una caduta di tono. È come se stavolta i Gov’t Mule avessero scelto di non sbandierare il blues, ma piuttosto di tenerlo in ostaggio e di sottoporlo ad un terzo grado con ogni tipo di domanda per provare anche agli infedeli che questo genere è il punto di partenza e di arrivo per qualunque tipo di rock, più o meno moderno.
Track List: