Trovarsi improvvisamente amputati di un terzo del proprio organico, costretti ad alternare altri bassisti per non estinguersi, bloccati per quattro anni dal proporre un disco con una vera formazione: sono ferite che muterebbero irrimediabilmente la costituzione interiore ed esteriore di qualunque band.
La storia del rock riporta di troppi gruppi che non sono riusciti a sopravvivvere a cambi di formazione pių o meno dolorosi o che, una volta tornati sulle scene, non sono pių stati gli stessi. Non č cosė per i Gov’t Mule, che sono arrivati a pubblicare questo “Déjā voodoo” dopo un’intensa attivitā dalla morte di Allen Woody: i due dischi “Deep end”, il live celebrativo “Deepest end” e le continue collaborazioni sono valse ad onorare il compagno perduto e soprattutto a tenere alto lo spirito della band.
Personalmente avevo dei dubbi sulla possibilitā che Warren Haynes e Matt Abts potessero continuare sulla stessa strada: non tanto per il loro valore di musicisti, quanto per la difficoltā di trovare qualcuno in grado di prendere il posto rimasto vacante e di entrare con la stessa forza nella loro storia, nella loro musica. La serie “Deep end”, con tutto quello strabiliante alternarsi di bassisti, sembrava essere la prova di un ruolo che nessun altro poteva occupare in pianta stabile.
Invece i Gov’t sono risaliti da quello sprofondo, come se vi avessero trovato una forza che li ha rispinti in superficie: hanno assunto Andy Hess al basso e Danny Louis alle keyboards e hanno pubblicato un disco che non ha nulla di nostalgico.
Se il titolo potrebbe far pensare ad un tentativo di recuperare un suono che fu, subito dall’iniziale “Bad man walking” il disco si rivela una prova robusta e un passo avanti nel cammino della band. “Déjā voodoo” č una dichiarazione della volontā di confrontarsi con i fantasmi del passato per riuscire a dirigerli, non senza sofferenza.
Non č affatto un caso che a segnare in modo indelebile il lavoro siano le ballate: risulta perō improprio definire tali pezzi come “About to rage” e “Little toy brain”, lunghi, sanguigni e tirati fino al limite dell’improvvisazione. La barriera degli otto minuti č infranta volentieri, ma la struttura č pių solida che mai: se il rock-blues e l’hard rock sono sempre lė a fare da fondamenta, c’č ora anche un soul mai cosė amaro. Gran merito va all’interpretazione vocale pių che chitarristica di Warren Haynes, qualitā che fin qui non gli era stata abbastanza riconosciuta: oltre a porsi come titoli emblematici del lavoro, “Silent scream” e “No celebration” mantengono e allo stesso tempo trascendono le classiche attinenze southern, avanzando sul percorso intrapreso con “Beautifully broken”. Anche “My separate reality” č il superamento di quel tipo di West Coast ballad alla “Wasted time” di cui Haynes non ha mai nascosto di essere innamorato.
I testi scaturiscono da una rielaborazione interiore e tormentata della realtā e i suoni ne risentono, anche quando stacchi e accordi stridono sul funk e sul rock. Tutto il lavoro č pervaso da un senso di mistero oscuro e bruciante: anche le foto del booklet non sono la solita riproposizione di una band stradaiola, pių o meno metallica, ma la conseguenza di un suono che scaturisce dalla sofferenza, bisognoso di liberarsi e di rinnovarsi attraverso il rito del rock e del blues pių veri.
Track List: