Dei Gomez avevo sentito parlare molto, forse troppo, in occasione dei dischi precedenti e mi ero tenuto alla larga da queste nuove promesse. Ora, al quarto disco, mi sono azzardato all’acquisto e ne sono rimasto stupito, soprattutto perché questi quattro ragazzi inglesi non promettono nulla: suonano quello che gli pare e piace, e basta.
Ciò che per molti artisti è un sogno e per molti altri è costato una carriera di fatiche e di compromessi, ovvero suonare ciò che si vuole e come lo si vuole, per i Gomez sembra di una semplicità assoluta.
Le canzoni di “In our gun” si susseguono una dopo l’altra come dei disegni di bambini appesi ad una parete: apparentemente sembra non esserci connessione tra un’immagine e un’altra, tra un colore e la sua forma, ma, se si prendono le dovute distanze, ci si accorge di come questi schizzi copino la realtà per alleggerirla, colorarla, arricchirla di nuovi sguardi. Quelli che sembravano degli accostamenti casuali, prodotti da un bizzarro gusto fantasioso, sono invece tasselli che si montano ad incastro con una sottile linearità.
Con questo disco i Gomez sono arrivati a mettere a punto la loro miscela, scoprendo nell’elettronica l’ingrediente ideale per mescolare folk, blues, r&b, rap, dance. Già Beck e, non solo lui, si è cimentato con loops e campionamenti per far fermentare generi diversi, ma i Gomez hanno un loro gusto, una capacità di sdrammatizzare e di far godere che proviene dalla combinazione delle loro voci e delle loro qualità.
Ben Ottewell, Tom Gray, Paul Blackburn e Ian Ball servono un rock frizzante, su cui non c’è da stare tanto a menarsela con questioni d’identità e di rielaborazioni: potete trovarci di tutto, da ballate alla West Coast e colpi techno, dai Pink Floyd al roots, dai Morphine ai Pearl Jam, ma il piacere è massimo se ve li godete per quello che sono, Gomez e nient’altro.
Sanno scrivere canzoni perfette, colme di arrangiamenti e di effetti a sorpresa, con la freschezza di principianti e con l’esperienza di vecchi maestri: provate ad ascoltarvi l’armonica campionata di “Shot shot” o il lento sbuffare del sax in “Even song” o ancora le voci black di “Detroit swing 66”.
C’è da rimanere sbalorditi da come tutto riesca a suonare omogeneo: la title track, per sempio, parte con il basso jazzato di Danny Thompson, poi ha qualcosa che suona come un flauto campionato prima di schizzare via in una jam tra ritmi dance e la chitarra elettrica. La musica dei Gomez è un vero trip, uno sballo di fantasia, un acquarello a metà tra il naif e la psichedelia. Ad ascoltarli viene quasi voglia di illudersi che siano tornati gli anni ’60, ma questi ragazzi invece sono al passo coi tempi, anzi si divertono a fare avanti e indietro. I Gomez sono i freak del nuovo millennio: nice & easy, hot & cool!
Discografia:
BRING IT ON 1998, EMD / VIRGIN
LIQUID SKIN 1999, EMD / VIRGIN
ABANDONED SHOPPING TROLLEY HOTLINE 2000, EMD / VIRGIN
IN OUR GUN 2002, VIRGIN
Track List: