L’alt-country è un genere che è stato possibile negli States (ed in parte lo è ancora). Ma è un rock altamente improbabile in Italia.
Eppure c’è chi lo pratica, prendendolo come punto di partenza: sono i Goldrust, band capitanata da quello Stiv Cantarelli, già mente e braccio dei Satellite Inn.
A conferma dell’estraneità di questo genere dal nostro paese, anche i Goldrust sono pubblicati da un’etichetta americana, la Bloomfield Recordings.
A differenza dei Satellite Inn, però il suono di questa band è meno contaminato, più frontale. Ad un primo ascolto “Goldrust” sembrerebbe un progetto secondario, quasi una valvola di sfogo, per un rocker promettente come Cantarelli. Invece i Goldrust dimostrano di poter sviluppare un percorso parallelo, altrettanto mirato, pur se in una direzione più conservatrice.
L’alt-country è qui liberato nella sua forma più selvaggia e più rock: questo permette di rivelare radici che si inerpicano fino al Neil Young elettrico. Per sboccare poi su territori già calpestati da Jay Farrar e dagli Slobberbone.
Il cd è frutto di una serata di registrazioni live e questa è la sua principale caratteristica. La scrittura di Cantarelli è resa vibrante da un suono carico di energia: i Goldrust hanno tenuto buona la regola di catturare quanto possibile in presa diretta, aggiungendo solo qualche parte di armonica.
Gli strumenti sono spesso sul punto di fischiare, come nel finale di “Red line”, con chitarra e batteria che si muovono incontrollate, ma sempre con le idee ben chiare.
Se nei pezzi tirati i Goldrust pestano dritti sull’alt-country con la veemenza di una garage-band, è nelle ballate dove il loro suono corrosivo trova la sua espressione migliore. Al passo trascinato su pochi accordi e su una chitarra molto “rusted”, che sarebbe sufficiente per mettere insieme delle outtakes di Neil Young o degli Uncle Tupelo, loro aggiungono lo spirito giusto e costruzioni mai scontate.
Esemplare è la conclusiva “Small building”, un pezzo che coglie l’essenza del miglior Neil Young, vibrando da dentro, come se fosse sul punto di crollare a terra o di alzarsi per sempre.
La vecchia massima secondo cui “rock’n’roll will never die” è sì un motto d’appartenenza, ma soprattutto è una dichiarazione d’orgoglio, propria di chi non strizza l’occhio e non si vuole appoggiare a nessuno.
I Goldrust dimostrano di poter stare in piedi da soli, su di una terra ostica al loro tipo di materiale. Non è poco.
Track List: