16/03/2007 | di Christian Verzeletti
A certi dischi è meglio arrivarci tardi, senza l’ansia di doverli ascoltare e valutare perchè sono appena usciti. Anzi, a ben pensarci, a tutti i dischi bisognerebbe arrivare così, del tutto liberi da attese.
Scrivo questo per giustificare il ritardo con cui parliamo dei Gob Iron e soprattutto perché tale è l’atteggiamento con cui Jay Farrar e Anders Parker sembrano aver realizzato “Death songs for the living”: liberi da scadenze e da condizionamenti, attenti solo a suonare canzoni in modo asciutto e coerente con le proprie idee.
In una parola folk. Quel folk fuori dal tempo, distante dal mercato e dalla realtà del mondo discografico, più vicino semmai alla faticosa realtà di tutti i giorni.
Farrar, lo sappiamo bene, ha fatto di un atteggiamento folk il proprio tratto distintivo sin dai tempi degli Uncle Tupelo, anche se bisogna ribadire che da allora, tra Son Volt e dischi solisti, non è più riuscito a trovare una via altrettanto diretta.
Parker proviene invece dai Varnaline, ma a sentirlo suonare in questo disco sembra un folksinger fatto e finito, che ha realizzato l’incontro della sua vita.
L’atmosfera è rilassata e gli arrangiamenti tanto dosati che non pare proprio di trovarsi di fronte ad un lavoro estemporaneo come quelli di Ron Sexsmith & Don Kerr o di Richard Buckner & Jon Langford.
I due hanno preso una manciata di traditionals, riesumati dai canzonieri di Stephen Foster, Carter Family, Stanley Brothers ecc., vi hanno aggiunto qualche loro pezzo e hanno completato il tutto con qualche intermezzo strumentale.
Sembrerebbe facile fare un disco del genere, riarrangiando e cambiando qualche testo come nella tradizione folk, ma non è che lo sia poi molto: per suonare e interpretare in modo così equilibrato e conscio ci vuole, come si suol dire, della stoffa.
Farrar è maestro nel fornire esecuzioni gravi e autoritarie e, anche se a tratti affiora una monotonia che gli è congenita, riesce a dare un’ambientazione ad ogni pezzo e a portare a termine il suo progetto finora più azzeccato (mentre è già uscito il nuovo disco dei Son Volt).
Tutto è incastonato in un contesto radicale, in cui l’ex-Uncle Tupelo si prodiga a suonare chitarre, basso, lap steel, piano, organo a pompa, dulcimer e armonica, mentre Parker si dedica ad altrettante chitarre, e-bow, piano, basso e batteria. Per una “Death’s black train” che attacca con sole voci, come se provenisse dalla colonna sonora di “Fratello dove sei”, c’è una “Hard times” che gode del conforto di un piano e poi una spiritata “Hills of Mexico” percorsa dai suoni cupi delle-bow.
Tra un’armonica che soffia pieghe cantautorali, passaggi folk-blues e richiami old time, non c’è da esaltarsi, ma c’è molto da riflettere. A maggior ragione se su questo disco ci arrivate tardi, liberi da qualunque fretta.
Track List: