09/12/2009 | di Ambrosia J. S. Imbornone
Le canzoni di Giuliano Dottori sono liquore. Dal sapore raffinato, sfumato, morbido, che scende inesorabilmente dentro, lasciandoti una sensazione di consolazione e veleno, di leggerezza e assuefazione, di beneficio e corruzione lenta della dolcezza, a causa di un quel "gusto amaro delle cose" (come recitava "Endorfina" nel primo album, "Lucida", 2007) che diventa pian piano dominante. I brani del suo secondo album da solista sono liquore da sorseggiare nella luce fioca di uno spazio domestico delimitato da sonorità acustiche raccolte, in cui le note di pianoforte sono gocce rotonde di malinconia che l’aria condensa in un isolamento disincantato. In una dimensione sonora limpida, che pure non disdegna distorsioni psichedeliche e appare dotata dell’eleganza del songwriting acustico (da Neil Young a Ben Harper e al più pop Paolo Nutini), Dottori disegna in questo disco il profilo di una solitudine che è delusione, smarrimento, ostinata chiusura nel proprio 'backyard' per paura di ciò che è diverso (v. la polemica 'Inno nazionale del mio isolato'), ma è anche guardarsi dentro, anche con la necessità di difendersi da ciò che si è, custodire i ricordi, voglia di ricominciare da sé come nella traccia conclusiva, 'Le cose semplici'. L’io si confronta con il mondo e, tra 'catene e gioie fragili', non sembra riportare vittorie, ma raggiunta la consapevolezza che ognuno vive le sue 'inutili illusioni', destinate ad infrangersi alla prova della verità, si resiste, perché ogni caduta ha un atterraggio e 'quel gusto di sconfitta svanirà' ('Partenze coincidenze'). In questo secondo lavoro, prodotto artisticamente da Giovanni Ferrario (già al fianco di John Parish, P.J. Harvey e Morgan), Dottori mostra ormai di conoscere il segreto della misura dell’essenziale in musica: come un Jeff Buckley illimpidito, il cantautore nato a Montreal resta sul filo di un equilibrio perfetto, tra tensione segreta e levigatezza della semplicità. C’è una grazia rara non solo nella sua scrittura, tra parole quotidiane e vena immaginifica che generano immagini sempre a fuoco, traduzione immediata di sensazioni, ma anche negli arrangiamenti struggenti, realizzati con Marco Ferrara (basso) e Mauro Sansone (batteria). Essi accompagnano le chitarre acustiche con dettagli preziosi: emozionano così i piccoli crescendo commossi e i lampi elettronici del finale noise di 'Le cose semplici', le note ferme di piano, come dolorose e vuote, nel singolo 'Chiudi l’emergenza nello specchio', la voluta algidità meccanica di una drum machine straniante. Ed ancora si fanno strada nell’ascoltatore le lacrime di slide nel disinganno asciutto della meravigliosa 'Non fa mai male la verità', il contrabbasso della delicata 'Tenerti stretto un ricordo', l’intensità dell’hammond di 'Catene e gioie fragili', le percussioni della cadenzata, splendida e lieve 'Partenze coincidenze'. La poesia della discrezione, in musica e parole, persino tra temporali che non passeranno. Come quel retrogusto dolceamaro.
Track List: