Fa niente<small></small>
Italiana − Alternative

Giorgio Poi

Fa niente

2017 - Bomba Dischi
20/05/2017 - di
Ci sono, in questo momento, due realtà musicali – al limite del solismo – che si sono letteralmente impossessate della scena indie italiana post-Calcutta. Non era semplice implementare qualcosa di nuovo dopo l’esplosione mediatica e la valanga di hype generata dal cantautore di Latina. In queste settimane, a distanza di pochi mesi dall’uscita dei loro dischi di esordio, questi artisti stanno calcando quegli stessi palchi che l’estate precedente appartenevano ai vari Calcutta, I cani, Cosmo, Iosonouncane, Motta, etc. Il primo artista che ha saputo differenziarsi dai molti progetti apparsi in questi mesi appartiene geograficamente alla cosiddetta scena romana e si chiama Flavio Pardini. Si fa chiamare Gazzelle ed è contraddistinto, volendo semplificare, da un sound lisergico e vagamente elettronico, melodicamente semplice, colmo di testi nostalgici e lineari. L’altro si chiama Giorgio Poti, si fa chiamare Giorgio Poi, novarese di nascita, poi toscano, londinese e berlinese di adozione. Gli ingredienti sono simili a quelli di Gazzelle, ma entrambi gli artisti sono caratterizzati da metriche distinte, elementi sommariamente affini ma non identici. Ho avuto la possibilità di vederli live entrambi. Il primo a Bologna al Covo in un concerto che merita una menzione più che positiva, il secondo in un modesto locale in terra di Romagna, davanti ad una trentina di persone – il tour difatti era iniziato da pochissimo – ricordo che mi colpì soprattutto la qualità elevata dei musicisti della band, la bravura e la pazienza di Giorgio che ha assecondato ogni richiesta del pubblico, che non aveva la minima intenzione di lasciarlo andar via.

Oggi pare sia sempre più raro trovare negli artisti – e aggiungerei anche nei critici musicali attuali italiani e che si occupano di musica italiana – una dote: l’umiltà. A differenza dei giudizi più negativi e diffusi che questa critica rivolge spessissimo alla scena indie nostrana – ovvero che i componenti delle band che ne fanno parte non abbiano sufficiente esperienza o tecnica per essere considerati musicisti – ciò che invece io credo varrebbe la pena mettere in risalto e dovrebbe essere maggiormente preso in considerazione è la capacità che ha un artista di comunicare. Si vede per questo importante sviluppare una lucidità di giudizio innovativa, che si renda conto della necessità di un pubblico che esiste, c’è ed è vivo, severo, esigente. Liquidare un lavoro accurato di mesi, di attenta composizione e produzione, con un banale: “non sa suonare” oppure “è qualcosa di già sentito” oppure “l’indie italiano è un fenomeno simile a quello di Dari, che scrivevano brani colmi di stereotipi per accontentare le masse, che potessero quindi sentirsi capite e rappresentate”. Questi giudizi inutili e spesso fuorvianti, che non affrontano un fenomeno di petto, ma ci girano intorno giudicando non nel profondo, ma tramite cliché e preconcetti, non sono certo sintomo di limpidezza di analisi. Ho letto un po’ ovunque reazioni generiche, appartenenti per la quasi totalità a soggetti di una certa età, giornalisti culturali con un loro gusto ben definito, non obiettivo, che di fronte a mondi nuovi come questi restano basiti o non capiscono. L’uscita del progetto solista di Giorgio Poi con Bomba Dischi è stato salutato da pubblico e nuova critica specializzata in modo giusto, inizialmente con le dovute cautele che però il cantante di Novara ha saputo smentire con i fatti.

Giorgio Poi era solito cantare in inglese con esperienze invece consolidate e dotate di un pubblico forte, che ama la nicchia e per questo difficile e a tratti pretenzioso. Stiamo parlando di un appena ventenne che negli anni dell`estero si è diplomato in chitarra jazz e ha fondato i Vadoinmessico – ricordiamo Archaeology of the future del 2012 – trasformati successivamente in Cairobi. Questo Fa Niente è la prova, se ancora ce ne fosse il bisogno, che Simon Reynolds aveva ragione. La retromania di Poi infatti è evidente, il passato diventa sempre più vicino nel tempo. E se i suoni ricordano, come molti hanno fatto notare, Tame Impala o Caribou, immediato per me è il richiamo anche a quel meraviglioso folle di Jacco Gardner o le voci acute dei tempi d’oro di Animal Collective.
L`abbronzatura è forse uno dei brani più belli dell’album. Commovente nel suo fare lieve, un testo che scorre quasi in punta di piedi e che precede degnamente la lisergica Niente di strano. Tubature fa piangere nel suo modo di riportare a galla pacatamente piccole memorie vissute, posatezza questa che traspare anche da una perfetta commistione di musica e parole. Paracadute, Patatrac e Acqua minerale sono i brani della nostalgia, che seguono Tubature e ci accompagnano in un mondo fatto di appartamenti, luci, città e strane considerazioni che sanno di contraffatto e fantastico. Le foto non me le fai mai ci ricorda che la realtà delle cose è dietro l’angolo, e non dobbiamo farci troppo distrarre dai sogni che spesso sono solo un pericolo, una specie di corda, un cappio al collo, a Doppio nodo, che ci impedisce di vivere. Fa Niente, l’ultimo brano dell’album omonimo, ricapitola tutto ricordandoci che le cose vanno affrontate con il giusto peso, e spesso, se possibile, lasciate scivolare con più leggerezza. Prendersi sul serio sì quindi, ma che il limite sia il reale.

Ascolto Poi e ricordare Lucio Battisti o Rino Gaetano – come molti hanno fatto – credo sia così spaventosamente riduttivo. Penso che lo sguardo qui sia verso il mondo intero e molto poco verso la musica cantautorale di decenni fa. Allora urlare “Viva la fuga dei cervelli!”, guardando all’esperienza di Poti, forse non è cosa poi così stupida.

Track List

  • L`ABBRONZATURA
  • NIENTE DI STRANO
  • TUBATURE
  • PARACADUTE
  • PATATRAC
  • ACQUA MINERALE
  • LE FOTO NON ME LE FAI MAI
  • DOPPIO NODO
  • FA NIENTE