Giorgio Gaber - Io non mi sento italiano

Giorgio Gaber

Io non mi sento italiano

2003 - CGD

22/05/2003  |  di Christian Verzeletti

“Questo è un mondo / che ti logora di dentro / ma non vedo / come fare ad essere contro / non mi arrendo / ma per essere sincero / io non trovo proprio niente / che assomigli al vero”. Gaber era uno vero, su questo non si discute, ma sembra che molti se ne siano accorti solo dopo la sua morte, per uno di quei meccanismi perversi del mondo della musica. Troppo facile scrivere elogi, organizzare omaggi, mandare in onda speciali, adesso che lui se ne è andato, che non può più sferzarci con le sue canzoni, con quelle parole che davano direzioni precise come bussole. Forse non avrebbe nemmeno accettato tanta ammirazione, quindi non si ceda ora a riti riparatori o propiziatori; si prenda atto piuttosto ciò che Gaber è stato e lo si studi. La sua arte era vera, al punto che non piaceva mai abbastanza e non piaceva a tutti, troppo parlata, troppo pensata, troppo sincera, nonostante adesso non si trovi nessuno che lo ammetta. Gaber si sarebbe intristito nel vedersi tra spezzoni di concerti e scaffali di cd nei centri commerciali, perché la sua musica andava e va ascoltata, non consumata.
Prendiamo, per comodità e per senso del dovere, quest’ultimo disco: non ci sono canzoni belle, ma una grande bellezza; non ci sono virtuosismi, ma virtù; non c’è da cantare, ma da assimilare. Merito a chi con Gaber ha avuto la fortuna di collaborare prestando la propria sensibilità: Sandro Luporini, il pianoforte di Rita Marcotulli, le percussioni di Claudio fossati, gli arrangiamenti agli archi e ai fiati di Beppe Quirici e di Mirko Guerini, gli Yo Yo Mundi, loro potrebbero parlare di Gaber perché sono entrati a far parte della sua parola.
Gaber non era uno di noi, anche se quando parlava finiva per parlare di noi, delle ultime generazioni italiane. Lo stesso vale per i suoi dischi, compreso questo postumo, colmo di ballate, di valzer accennati, di swing, che però non si lasciano appartenere, con un po’ di blues (Gaber era molto blues), anche di talking blues. Più canzone che teatro, per tener fede all’impegno preso con se stesso di riflettere la realtà e di cercare nell’identità umana, con una lucidità amareggiata e mai doma.
Restano dieci nuovi brani da cui emergono mostri interiori, dilemmi, corruzioni, ma anche speranza, coscienza e tenerezza. È l’io, che interroga e si interroga fino a scendere nei meandri della relazione d’amore, che si pone la questione del matrimonio allo stesso modo in cui constata la disfatta provocate dall’usura del sesso e dalla saturazione dei media. Gaber ha scrutato l’io umano, come un umanista, ma più che altro come uno che ha vissuto, e lo ha fatto con la grazia di chi sa star bene con poco, con un pugno di canzoni, come se queste fossero carezze o sberle capaci di cambiare il volto del mondo, sapendo che comunque rimangono (purtroppo) soltanto e sempre canzoni. Solo che quelle di Gaber sono frutto della parte più profonda dell’identità di un uomo: perciò andrebbero rispettate e misurate.


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Track List:

  • Il tutto è falso|
  • Non insegnate ai bambini|
  • Io non mi sento italiano|
  • L´illogica allegria|
  • I mostri che abbiamo dentro|
  • Il dilemma|
  • Il corrotto|
  • La parola io|
  • C´è un´aria|
  • Se ci fosse un uomo

Giorgio Gaber