Giorgio Canali, conosciuto ai più come unico chitarrista reduce dell’esperienza CSI e ora confluito col resto del
gruppo nei PGR, oltre a vantare un curriculum di tutto rispetto nei panni di produttore (Noir Desir, Verdena,
Virginiana Miller…), da qualche anno ha trovato pure il tempo di dedicarsi con una certa costanza a scrivere e
registrare canzoni per sé. Se il primo album ci ha presentato l’urgenza rockista e l’attitudine “contro” di testi
ricchi di spunti intelligenti, questa volta il discorso si rende ulteriormente interessante, ed emergono elementi
nuovi a sottolineare la validità del lavoro compiuto da quello che possiamo definire uno dei pochi veri
outsider del nostro rock, con tutti i pregi (molti) e i difetti (pochi) del caso.
Rossofuoco quindi, che nulla ha che vedere con un proclama politico, anzi. Per cominciare
Rossofuoco è un disco dedicato propriamente al rapporto tra un colore e ciò a cui questo rimanda, sia essa
una sensazione o un gioco simbolico, in questo caso si tira in ballo il fuoco, e tutto ciò che ne consegue.
L’occasione è ghiotta per confidare, parlare, sfogare perlopiù una persistente sensazione di disagio, rifiuto e
disprezzo. Alla mente ritorna il tormento fisso di un “caldo generatore e caldo che consuma”, qui
rivestito di nuove forme e fantasmi.
Si va dal “tanto lo sapevamo sarebbe andata così” delle prime due
tracce, al ribollire di nervi che scuote l’inarrestabile refrain di “Rossocome”, alla surreale richiesta
d’aiuto rivolta ai pompieri di “Testa di fuoco”, o ancora le invettive di “Adagio baroque”, gran
lezione di stile ai nostrani spacciatori di rivolte a buon mercato, con il testo in raffinato francese.
Se le parole bruciano, e non è un gioco di parole, la musica di Rossofuoco è una fiamma che scalda.
Bastano due pezzi di legno e via: brucia il cuore, bruciano le mani se avvicinate a tanto calore. Così le
chitarre ora lancinanti ora ruggenti, la voce sguaiata, i colpi potenti a massacrare la batteria.
Il gioco è quello ricorrente del rock più abrasivo: senza troppo impegno, urlare la propria rabbia è in fondo il
modo più convincente per affermare l’onesta volontà di (r)esistere, e se questa linea viene condita con un gusto
raffinato per un senso poetico straniante ed efficace, allora si sfiora il capolavoro. “Fuoco corri con
me”, la migliore traccia dell’intero lavoro, in questo senso è l’esempio più riuscito in un parlato che si
snoda nell’affascinante irrealtà di una narrazione allucinata.
Non manca un accenno all’antitesi di “Pesci nell’acqua”, brano dalle tinte azzurre che permette di tirare
un lungo respiro, prima di rivenir sommersi dalla cenere di “La démarche des crabes” e il suo sovrumano,
improvviso grido.
La rabbia che cova sotto la cenere di queste 11 tracce nelle uscite dal vivo del gruppo si trasforma in furore,
scaricato sul pubblico con una violenza senza pari, in una indiscutibile dimostrazione di forza d’animo e di
abilità. Sul palco Canali gioca però col fuoco (perdonatemi la battuta), puntando a mettere in primo piano un
carattere tanto forte da non concedere alternative: apprezzare immediatamente oppure lasciar perdere per
sempre.
Personalmente ho scelto la prima via, e un poco dispiace constatare ogni volta che le migliori prove di validità
giungano puntualmente dai “vecchiacci” come Giorgio Canali. Sono certo che a molti susciterà un malsano fastidio
dover ancora una volta ammettere che lo squilibrio tra la nuova e la vecchia generazione di rockers (o
punkers, chiamateli come vi pare), volenti o nolenti, pende ancora dalla parte di quest’ultima. Avevate
dei dubbi?
Discografia:
Discografia:
- Che fine ha fatto Lazlotòz? (1998)
- Rossofuoco (2002)
Track List: