È un piacere sottile quello di onorare una ricorrenza importante organizzando una festa in piena regola. Distribuendo gli inviti, collaborando con gli amici alla scelta del menu, curando tutti i particolari perché l’occasione sia resa unica agli occhi di chi avrà il piacere di parteciparvi. Se la possibilità di progettare tutto ciò è offerta dalla ricorrenza del giubileo con l’attività musicale di una delle figure chiave del rock italiano degli ultimi anni, allora il party ha tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio evento.
Il progetto di “A.C.A.U. – La nostra meraviglia”, come è noto, nasce esattamente così: invitare una ventina di amici, colleghi e conoscenti che direttamente o indirettamente hanno contribuito alla formazione della carriera esaltante dapprima di musicista, poi di produttore (e ritorno) di Gianni Maroccolo, a cantare su propri testi inediti delle composizioni strumentali precedentemente realizzate. Un disco multisolista quindi, una forma discografica molto diffusa all’estero ma che dalle nostre parti risulta pressoché inedita.
Tutte le carte paiono in regola per un progetto memorabile: dalla schiera di nomi che hanno preso parte all’iniziativa, all’entusiasmo che nei mesi precedenti l’uscita della raccolta traspare dai soliti ben informati. Come spesso accade (non sempre, a dir la verità), quando ci si trova in presenza di qualcosa di troppo atteso e promosso con un certo impegno, le delusioni sono in agguato.
È pur riconoscendo l’importanza del progetto discografico “A.C.A.U.” e della sua sfida straordinaria a certe dinamiche provinciali che regolano il nostro mercato discografico e conscio dell’impegno che ciò ha richiesto che mi sento di definire il risultato artistico complessivo ottenuto come un’occasione mancata.
Questo lavoro lascia inappagati, puoi per le poco interessanti peculiarità musicali che propone, con la sua ostentazione -in maniera a tratti imbarazzante- dell’influenza che Hector Zazou ha rivestito negli ultimi anni di carriera di Maroccolo, nonostante la più che brillante svolta attuata con i PGR. Essenzialmente per questo motivo “A.C.A.U.” appare poco incisivo, come piuttosto ci si aspetterebbe dal lavoro di uno dei più capaci produttori italiani e tra i bassisti più espressivi. Un album che lascerà un ricordo indelebile a chi vi ha preso parte in prima persona, ma che incontra molti limiti nel fissarsi nelle orecchie e ancor più nel cuore dell’ascoltatore, per la sua eterogeneità, per la sua fuggevole essenza, per il debole collante che lega un brano al successivo.
Nonostante ciò, e sarebbe un delitto negarlo, lungo le quindici tracce di questo album non mancano episodi da brividi: dalla delicata “Carezza d’autunno” di Carmen Consoli all’inattesa favola “Da raccontarti all’alba” di tal Lorenzo Cherubini, alla eterea “Una prima volta” di Andrea Cimenti, fino alla straordinaria voce di Fiamma che con “Infondo” firma il brano che da solo vale l’intero prezzo del cd.
Il resto è materia labile, dalla iniziale reunion con Pelù che pare un deja vu di “Louisiana”, alla “Deriva finita” in cui Cristiano Godano dei Marlene Kuntz pare cimentarsi con una pagina di un libro di Nick Cave, ad altri brani che paiono mancare di un valido motivo per venir accettati oltre a quelli indicati in precedenza.
Chi si è adattato a chi? Ovvero, come è possibile che duetti preannunciati come vere e proprie eccezionalità si siano risolti in sordina? Ascolto dopo ascolto è chiara l’impressione che in determinati casi gli interpreti non abbiano avuto troppa libertà d’azione, come dimostrano le acrobazie di Federico Fiumani in uno dei brani più arditi del cd, o al contrario come gli ospiti abbiano avuto un ruolo chiave nella composizione della struttura, come dimostra il brano in chiusura di Giovanni Lindo Ferretti, fur di dubbio la traccia che riserva più emozioni.
Se questa raccolta fosse stata pubblicata a nome di un altro autore sinceramente l’avrei trascurata… ma a Gianni Maroccolo perdoniamo le conseguenze imprevedibili ottenute da un progetto ambizioso ma purtroppo risultato inferiore alle attese, sicuri che una festa poco riuscita non vada a rovinare il segno profondo che il suo amore per la materia musicale ha lasciato nei nostri ascolti dell’ultimo quarto di secolo.