Slaves<small></small>
Jazz Blues Black − Impro

Gianluca Petrella

Slaves

2011 - Spacebone Records
27/04/2011 - di
Gianluca Petrella è stato più volte ospite delle nostre colonne e, al di là di questo, si è ampiamente confermato come uno dei più interessanti innovatori nell’arena del jazz nazionale e non solo.
Dotato di una creatività fuori dal comune e di un controllo quasi fisico del suo strumento, il trombone, Gianluca è anche compositore assolutamente originale, in grado di produrre materiale originale e di manipolare eredità di diversi generi rendendoli propri a tutti gli effetti.
Già la sua ultima avventura nei rischiosi meandri della musica di Sun Ra ne aveva dimostrato la capacità sincretica ed elaborativa, evitando di scottarsi con un materiale tutt’altro che usuale restando ben lontano da retoriche riesecuzioni.

In questo ultimo Slaves l’artista barese, con la sua nuova formazione Tubolibre, produce un risultato di assoluto livello mescolando blues deformati e brani inediti in una miscela lontana dall’ortodossia ma densa di efficacia, raggiungendo un livello eccellente nella ricerca del mondo sonoro prima ancora che strettamente musicale.

L’incipt di Chains chiarisce molto bene il senso del progetto: tra onomatopee industrial quasi spettrali, sperimentazione ai confini con la musica contemporanea e sapiente dosaggio di effetti e timbri strumentali l’ascoltatore sente fisicamente l’effetto delle catene, icone dello stato di schiavitù che Gianluca legge nel vivere al giorno d’oggi.
Il leit motiv concettuale prosegue nei brani successivi, con ritmi che evocano l’incedere lento delle palle al piede, il viaggio che porta all’isola dimenticata (il penitenziario?), le campane da morto che paiono risvegliare dei fantasmi del passato, le atmosfere da deserto esistenziale; il tutto senza cedere al decadentismo o alla retorica ma affermando una precisa consapevolezza.
La capacità comunicativa diventa così la cifra principale di questo lavoro.

Gioca molto bene la scelta dei riferimenti blues, assolutamente coerenti con il concetto generale del lavoro ed adattissimi a fornire il materiale base per esprimere il senso della prigionia dell’essere. Non ci si aspetti tuttavia brani classici sulle dodici battute; la musica del diavolo è scarnificata e, a tratti, destrutturata ma non vanificata. 
Skip James sarebbe molto contento di ritrovarsi ricodificato in questo modo agli albori del nuovo secolo, difficilmente il connubio tra Africa e noise ha sortito esiti così notevoli.  

Di assoluto rilievo gli impasti strumentali proposti tra chitarre psichedeliche, echi di Morricone, effetti elettronici, contrappunti di ottoni, travolgenti interventi del drumming e, soprattutto, un trombone che recita, parla e poi urla. La coralità che l’ensemble raggiunge nel brano che dà il titolo al disco resta il simbolo del lavoro stesso. Ci si ritrova di tutto e di più.  

Certamente, e fortunatamente, non un lavoro di mainstream; su queste basi si può costruire davvero molto, ma già quello che si ritrova in questo disco è ai vertici della moderna espressività musicale a tutto tondo.  Ultraconsigliato.

Track List

  • Chains
  • Baby, Please DonĀ“t Go
  • The Forgotten Island
  • Cypress Grove
  • Foul Shoes Blues
  • Slaves
  • Chronicle

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