28/05/2003 | di Christian Verzeletti
Ci sono ignote le ragioni per cui questo cd, uscito nel ´95 per le edizioni de "Il Manifesto", viene ristampato ora, ma sono altrettanto chiari i motivi che ci spingono a recensirlo: Boris Vian era un artista enorme, che, non solo in Francia, è stato parte fondamentale per la formazione della cultura e della controcultura del dopoguerra.
Purtroppo l’autore parigino è quasi del tutto sconosciuto in Italia, anche se saremmo pronti a scomettere che la sua musica e la sua poetica abbiano fatto da padrini a gente come Giorgio Gaber, Paolo Conte, Augusto Daolio o Ivano Fossati.
Questo cd raccoglie diciannove brani, interpretati, musicati e tradotti in italiano da Giangilberto Monti con il supporto di Diego Baiardi al pianoforte, Vanni Stefanini alla batteria e Marco Mistrangelo al contrabbasso. L’operazione fa venire in mente quanto fatto in tempi più recenti dai Tetes De Bois con un altro grande autore francese, Leo Ferrè.
Visto che si è in tema di artisti a cui la sorte e il pubblico sembrano aver voltato le spalle, vale la pena di ricordare che Giangilberto Monti è un cantautore che ha collaborato con musicisti come Francesco di Giacomo (Banco), Flavio Premoli (PFM), Alberto Camerini, Anna Oxa. Monti è inoltre ingegnere e attore, non a caso proprio come lo fu Boris Vian.
Nella Parigi degli anni Cinquanta, il francese era un artista eclettico, antimilitarista e libero al punto da essere censurato e considerato scandaloso; Monti invece proviene dalla realtà milanese e forse è proprio la reazione a queste apatie, così diverse e così simili, che accomuna i due.
Le canzoni di Vian sono ancora oggi cariche di uno humour sferzante e di un feroce attaccamento alla vita. Con la sua voce greve, Monti riesce a trovare le smorfie giuste per dare nuova vita alla fisionomia dei pezzi: alcuni saltellano gioiosi, altri sono sberleffi irriverenti, certi poi sono dei veri e propri pugni nello stomaco. Come si dice nell’introduzione, “sembrano carillon, ma sono bombe a orologeria”.
Vian era un maestro nel rappresentare: basta andare a sentire come “L’aria dell’Est” faccia inesorabilmente spirare quel vento ancora oggi tanto carico di migrazioni, o come “Giava delle bombe atomiche” sia un gag antinucleare pronta ad esplodere in faccia a tutti i guerrafondai. Un Ferrè, più leggero e sorridente, anche più popolare, meno incupito, con una voglia di vivere istintiva, che non può essere trattenuta (“Non vorrei crepare”). Logico che una personalità del genere risulti a proprio agio nell’adottare il rock’n’roll e nell’assumere movenze latinoamericane.
L’album è stato registrato dal vivo in studio, proprio per recuperare la verve di cui le canzoni di Vian hanno bisogno per rendere al meglio. In questo modo le interpretazioni di Monti riescono a sfuggire a qualunque effetto retrò e a creare un album, che, più che un live, si presenta come un disco vivo.
Track List: