Giaccone & Congiu - Una canzone senza finale

Giaccone & Congiu

Una canzone senza finale

2004 - SANTERIA / AUDIOGLOBE

11/11/2004  |  di Christian Verzeletti

Negli ultimi anni la canzone italiana sembra proprio vivere una nuova stagione: non solo gode di una considerazione diversa da parte del pubblico e della stampa, ma i musicisti stessi sentono il bisogno di riappropriarsene e continuarne la storia.
Gruppi e cantautori più o meno giovani si trovano a riallacciare i fili delle loro canzoni con quelli della tradizione: lo fa anche Stefano Giaccone, che con la storia della nostra canzone è ormai legato da tempo e da parecchi dischi.
Questo suo nuovo album tesse però un rapporto ancora più sottile con la canzone italiana “vecchia” e “nuova”: già il titolo suggerisce un concetto di continuità che passa attraverso la musica. Il disco è poi accreditato in coppia con Mario Congiu, giovane chitarrista che si sta ultimamente proponendo per la sua abilità di cessello negli arrangiamenti e con cui Giaccone collabora da tempo.
Vecchio e nuovo costituiscono l’ossatura dell’album fino a determinare anche la scaletta, dove non solo compaiono un brano di Giaccone e uno di Congiu, ma soprattutto si alternano cover di grandi cantautori ad altre di musicisti minori della scena torinese. Il punto di partenza è quello della semplice emozione generata dalla canzone, ma quello d’arrivo sancisce una verità che è ancora da cogliere: la tradizione vive dell’apporto che giovani bands le portano dal basso e viceversa. Più che il bisogno di fare memoria, qua è il desiderio di cantare un’esperienza di vita che si rinnova attraverso le canzoni.
Quella che Giaccone costruisce e interpreta è “una canzone senza finale”, che non smette di vivere grazie anche all’apporto di musicisti come Paolo Manera (Bandamanera), i Truzzi Broders, Lalli e i Perturbazione, tutti sorti in quell’area torinese in cui gli stessi Giaccone e Congiu hano sviluppato le loro origini.
Il disco suona come un’unica canzone con il costante apporto di Mario Congiu che si presta anche al basso, alle tastiere e ai cori, ma ci sono poi tutta una serie di presenze sottili che coagulano la raccolta: tra gli altri Dylan Fowler impreziosisce “Vedrai vedrai” di Tenco con la chitarra classica e “Lindbergh” di Fossati con il clarinetto, due pezzi già grandi che assumono sfumature toccanti, quasi mitteleuropee.
Giaccone attinge alla sua esperienza internazionale (di cui in pochi si sono accorti) per gli arrangiamenti d’archi e per i cori di Elisa Young in “Vedi”: grazie a questo scambio, che il disco vive in ogni suo livello, un pezzo rock come “T’ho visto in piazza” dei Truzzi Broders gode dello stesso attaccamento alla vita che c’è in “Canzone della triste rinuncia” di Guccini e in “Da mae riva” di De Andrè.
L’album è intriso di una dignitosa speranza e di un senso della realtà molto operaio: ne sono esempi due piccoli grandi pezzi come “La corda di vetro” e “Fabbrica”.
Quello che Giaccone e Congiu hanno vissuto e proposto con questo disco è una progressiva presa di coscienza: una vera e propria “canzone senza finale”.


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Track List:

  • Le storie di ieri|
  • T’ho visto in piazza|
  • Come mi amerai|
  • Vedrai vedrai|
  • Vedi|
  • Lindbergh|
  • Il monumento|
  • Canzone della triste rinuncia|
  • Da mae riva|
  • La corda di vetro|
  • Fabbrica|
  • La mia faccia

Giaccone & Congiu