Come le reunion, anche i ritorni di troppi e presunti artisti portano con sè il sospetto che si tratti di operazioni pianificate.
Non credo sia giusto allora presentare questa raccolta come l’ennesimo ritorno di un musicista scomparso, perché in trentacinque anni di carriera Garland Jeffreys si è distinto dalla massa e anche da quel mondo rock fattosi sempre più ristretto.
Più per una questione di scelte che di sangue (portoricano, cherokee e newyorchese), lui si è costruito un approccio alla musica estremamente vitale: venendo dalla strada, ha imparato a tendere le orecchie assorbendo un suono duro e puro.
Basta ascoltare una qualunque delle tracce di “I’m alive” per cogliere un sound da fare invidia: anche i brani rimasterizzati dagli anni ’70 suonano a dir poco freschi ed energici. Il pregio maggiore sta nel focalizzare sul risultato complessivo e non sui singoli suoni come si fa oggi: le canzoni più rock come quelle più meticce sono centrate e godono di un’anima che sale ad ogni battuta. A questo contribuisce in modo fondamentale la voce di Garland, limpida e carica di soul come un tempo.
Giusto intitolare il cd “I’m alive” perché Jeffreys dimostra di essere più vivo che mai: oltre ai tre inediti qua presentati, si dice abbia pronti un paio di dischi previsti per il prossimo autunno.
Da notare anche i musicisti presenti in studio: si va da Dr. John a James Taylor fino a gente come Steve Jordan nelle registrazioni più recenti. E il bello è che le interpretazioni di Jeffreys sono tanto intense da dare omogeneità al tutto, tenendo ben lontano il pensiero che si possa trattare di esecuzioni di illustri sessionman.
Il suo canto e la sua visione hanno una fierezza che viene dalla cultura nera: per questo il suo modo di suonare il reggae ha una forza che dovrebbe essere d’esempio ai tanti produttori di r&b, dub, hip-hop e (nu)soul odierni. Garland Jeffreys non contamina, ma coagula, usando la forza di un rock stradaiolo, che tra chitarre e organo sembra ancora risuonare tra i vicoli di New York.
Anche i pezzi più lunghi, come per esempio la piccola epopea sudamericana di “Spanish town”, sono una boccata d’ossigeno che non perde groove e immediatezza. La leggerezza di “Return of the matador” è impregnata di umori latini e di una qualità che sfiora Van Morrison così come “35 Millimeter Dreams” e “96 Tears” hanno il tiro dei primi Graham Parker ed Elvis Costello. La presenza di Roy Bittan e Danny Federici della E Street Band è ulteriore prova di un’affinità rock che non scompare nemmeno nelle canzoni degli anni ’80, mentre Vernon Reid conferma il tasso di quella che è una vera black music moderna (andatevi a risentire “Don’t call me buckwheat” del 1992).
Insomma, se non conoscete Garland Jeffreys, questa è l’occasione per recuperare ciò che voi avete perduto. Già, perché a sentire queste canzoni, lui non si è mai smarrito.
Track List: