Gabriele Coen - Duende

Gabriele Coen

Duende

2004 - CNI

30/06/2004  |  di Christian Verzeletti

“Un’aria mentale che soffia con insistenza sulle teste dei morti, alla ricerca di nuovi paesaggi e accenti ignorati; un’aria con odor di saliva di bimbo, di erba pesta e velo di medusa che annuncia il costante battesimo delle cose appena create”: queste parole di Federico Garcia Lorca sono la chiave migliore per entrare nell’esordio del progetto Atlante Sonoro, a cui fa capo il clarinettista Gabriele Coen.
Dovrebbero bastare queste poche righe, inserite nel booklet del cd, per intuire l’intenzione e la portata del lavoro: di sicuro rendono maggior giustizia dei soliti impacciati tentativi condotti attraverso improbabili generi e definizioni.
Meglio quindi tracciare un percorso aperto per intuire le rotte incrociate del viaggio: già fondatore dell’ensemble KlezRoym, Coen attinge la sua musica dal bacino del Mediterraneo, ma lo fa andando a pescare in quei punti in cui le correnti si accavallano e le coordinate sono sottoposte a continue oscillazioni.
“Duende” è un album di musica essenzialmente strumentale, tanto ideale quanto reale, per come rappresenta il fluire dell’essere mediterraneo: non si pensi ad un disco di contaminazioni sovrapposte come sono intese in ambito rock, ma nemmeno ci si lasci influenzare dall’impostazione jazz della formazione che vede Coen al sax soprano e al clarinetto, Pietro Lussu al pianoforte, Marco Loddo al contrabbasso e Luca Caponi alla batteria e percussioni.
Andando per stili, si rischia di rimanere ancorati alla gretta corporeità di quelle “teste dei morti” che diceva Lorca, si rischia di smarrire l’integrità del paesaggio che queste composizioni sorvolano e suggeriscono: “duende” è una stimmung dell’anima, un fluire interiore, che può meglio percepire chi vive vicino al mare o chi è solito concedersi tempo per scandagliare con la nostalgia le proprie percezioni interiori.
“Nuovi paesaggi e accenti ignorati”, di cui siamo portatori, troppo spesso incoscienti. Da questi luoghi e dal loro fondale sgorgano correnti arabe e tradizionali Klezmer, acque calde che hanno bagnato i Balcani e l’Africa settentrionale, spinte irrequiete dagli Stati Uniti e dall’Argentina, giunte attraverso lo stretto di Gibilterra.
La sensibilità e la comunione dei musicisti permette al disco di suonare omogeneo, di scorrere limpido dagli echi ansiosi di Coltrane alla passionalità di Piazzola. Gli strumenti si librano come uno sguardo immaginario sulla distesa delle acque, su terre arse dal sole e sui tetti piatti delle regioni meridionali: splendida la voce di Raffaella Siniscalchi che coi suoi interventi materializza la nostalgia incolmabile di distanze e migrazioni perpetue, ancora oggi aperte come ferite.
“Duende” può apparire tedioso solo a chi non sa cogliere la differenza sostanziale che rende ogni onda unica nel suo approdare a riva: questo è un disco che coglie l’essere corpo e suggestione di quello che è il nostro bacino. Da lì fluisce e fa fluire, bagna ed è bagnato, dai piedi fino alle zone più intime dell’animo.


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Track List:

  • Araber Tantz|
  • Karsilama|
  • Duende|
  • Laris|
  • Papir is Doch Wajss|
  • Galut|
  • Streaming|
  • Oblivion|
  • Mediterraneo|
  • Gankino Oro

Gabriele Coen



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