At Onkel Pö`s Carnegie Hall-Hamburg 1978<small></small>
Jazz Blues Black − Jazz

Freddie Hubbard Quintet

At Onkel Pö`s Carnegie Hall-Hamburg 1978

2017 - Delta Music-Jazzline / IRD
09/10/2017 - di
Ascoltare questo live è un po` come attraversare per un`ora e mezza il cuore e il cervello dell`“evento-jazz” come ce lo aspettiamo. Anzi: respirarne l`umore e il sudore. Siamo nell`autunno 1978 sul palco di uno storico locale tedesco, l`Onkel Pö`s Carnegie Hall di Amburgo, un toponimo a 5 stelle sulla geografia europea della musica afroamericana, attivo dal 1970 al 1986. In scena c`è Freddie Hubbard, uno che oggi magari è un po` dimenticato (ci ha lasciato nel 2008 dopo una lunghissima carriera), ma all`epoca era sotto i riflettori come successore, da un paio d`anni circa, di Miles Davis alla testa del suo storico secondo quintetto: con lui c`erano Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams, e l`operazione si chiamava V.S.O.P. Davanti, un`audience di 400 appassionati, che il gestore del locale Holger Jass tratteggia con parole definitive sugli aficionados del genere: “Ovviamente non ballavano. Si limitavano di tanto in tanto ad annuire con la testa (...). E se vogliamo parlare del bere, ci sono due tipi di jazz-fan: alcuni bevono qualsiasi cosa capiti tra le loro mani, altri sorseggiano una bottiglietta d`acqua per tutta la sera...”.

Hubbard dovrebbe stare nelle gerarchie d`ascolto del jazzofilo nella stessa posizione dei carboidrati dentro la piramide alimentare: sostanze imprescindibili, da consumare spesso e volentieri. Colonna dei Jazz Messengers di Art Blakey (1961-64), campione dell`hard bop, partner ideale di tanti fuoriclasse, il trombettista si è infilato spesso e volentieri in dischi di importanza capitale (serve citare Free Jazz di Coleman e Ascension di Coltrane?) e ne ha prodotti in proprio: una collezione seria non può fare a meno di Ready For Freddie (1961), Hub-Tones (1962), The Hub Of Hubbard (1970). Con Clifford Brown e Lee Morgan ha definito le coordinate della tromba moderna, intepretandone una sorta di “classicità” dopo la lezione dei capostipiti dello strumento e la rivoluzione bop . In questa registrazione – che fa parte della meritoria e ricchissima serie At Onkel Pö`s della Delta Music-Jazzline, con deliziosa grafica vintage – è con il suo quintetto dell`epoca, che comprendeva il sassofonista e flautista Hadley Caliman, il pianista Billy Childs, il bassista Larry Klein (poi marito di Joni Mitchell tra il 1982 e il 1994) e il batterista Carl Burnett. La musica che ne sgorga, in dosi abbondanti (due tracce si aggirano intorno ai 20 minuti...), è densa, energica, muscolare, e scorre nei solidi argini dell`hard bop e del soul jazz, mentre l`onnipresente jazz rock rimane sullo sfondo, evocato da qualche ritmo e dai suoni delle tastiere. Sono tutti stili già molto maturi all`epoca, e Hubbard ne è il vademecum, dimostrando di padroneggiare con sicurezza una tecnica eccezionale. Forse sono i suoi pur bravi partner a non essere alla sua altezza: lo si avverte se si paragonano tra loro i lunghi assoli e si misura il valore aggiunto che riesce ad accumulare, giro dopo giro, il leader.

Il concerto si apre con la funkeggiante e trascinante Love Connection, il cui tema funziona da sigla introduttiva all`intero show. Seguono i colori pastello di Little Sunflower (da Backlash, 1967): il ritmo sudamericano e il flauto di Caliman rendono un po` più esotica l`atmosfera, ma è l`assolo di Hubbard a prendere presto la scena. Provocato dalle accelerazioni dei suoi compari, risponde a dovere alternando parti liriche e cantabili, inappuntabili sequenze squillanti, note prolungate, escursioni nel registro più acuto, qualche dissonanza. Una specie di piccolo master per trombettisti, con finale in gloria e sentitissimi applausi. Lo stesso trattamento lo riserva, quando è di nuovo il suo turno, a One Of A Kind. È la traccia più lunga, e forse eccessivamente debordante: né Caliman né l`allora giovanissimo Childs sembrano avere idee sufficienti per giustificare l`estensione delle loro performance, mentre Klein vira decisamente verso un gusto più rock. I fiati scoppiettano in Take It To The Ozone, che ha una struttura più chiusa: gli assoli vanno a cadere regolarmente su un passaggio ritmico ostinato di basso e pianoforte che ha l`effetto di un detonatore per l`energia di Hubbard. Ma c`è spazio anche per un po` di dolcezza. La dolente Here`s That Rainy Day rieccheggia Chet Baker, tra delicato romanticismo e qualche spunto più personale e free.

 

Track List

  • Love Connection
  • Little Sunflower
  • Take It To The Ozone
  • Here`s That Rainy Day
  • Blues For Duane
  • One Of A Kind