Noi lo avevamo “scoperto” cinque anni fa con “Balin”, ma Fred Eaglesmith è un songwriter che ha una lunga storia alle spalle, vissuta in proprio, ai margini del mercato discografico, quasi fosse uno di quei farmer che vivono isolati dal mondo, autosufficienti e sprezzanti della modernità.
Uomo tutto d’un pezzo, dalla voce ispida e dalle canzoni tanto genuine quanto grezze, fatte a mano, scende in paese solo per andare in chiesa. E lo fa con questo “Tinderbox”, disco a tema più religioso del precedente.
Eaglesmith però non assiste pio alle funzioni, vi partecipa con il suo canto aspro, con la sua musica fiera e spietata, azzardando anche qualche mossa inattesa. “Tinderbox” è infatti il suo disco più coraggioso, quello in cui osa lavorare su arrangiamenti e suoni andando a tirar fuori dalla cassetta degli attrezzi una serie di aggeggi che aumentano la rumoristica dell’album.
Sempre di folk, country e blues si tratta, ma suonati con un approccio a la Tom Waits, spiritato, anche un po’ bislacco soprattutto nell’incedere ritmico e negli interventi vocali. Certo, l’impatto non è così cavernoso, ma le tracce in scaletta hanno tutte un’amarezza fosca che ricorda proprio le interpretazioni del Waits più romantico, quello meno affetto da raucedine (quello che insomma canta di più).
I primi sei pezzi sono perfetti nel loro andamento zoppicante, che avanza spietato, con occhio critico, tra i campi, una chiesa e qualche cimitero. Il gospel c’è, ma è usato per puntare il dito contro la religiosità che opprime l’America: Eaglesmith non predica, non redime, piuttosto canta di ciò che le comunità subiscono colpevolmente, come fa nella title-track e in “Killing me”.
Anche una ballata romantica come “Quietly” è attraversata dalle ombre di una perdita irreversibile, da un tormento che altrove , negli episodi più percussivi, diventa minaccioso raspando su un blues (“Get on your knees”, “Shoeshine”) o su un gospel mal pacificato (“Fancy God”), addirittura disturbato nell’intermezzo di “Reprise”.
Verso il finale il disco sembra lasciare un filo di speranza con “The light brigade”, che è la “Innocent when you dream” di Eaglesmith, e con la conclusiva “When”.
C’è anche un pezzo scritto con Mary Gauthier, giusto per confermare la profonda autenticità di questo autore. Che ancora una volta ha tirato fuori un disco tradizionalista che rispecchia l’America di oggi, quella che consideriamo moderna, ma che è piegata sulle sue ginocchia. Non solo per pregare.
Track List: