Più che alla colonna sonora di “Brother, where art thou?”, questo disco di Fred Eaglesmith mi fa ripensare a “The mountain” di Steve Earle.
Già con questo si intuisce e si definisce il suono di “Balin”, disco roots per eccelenza, nel senso che va a scavare e disotterrare le radici della musica americana più rurale e più antica, cioè di quella parte di country sviluppatosi nella zona dei Monti Appalachi.
Se il riferimento alla colonna sonora della pellicola dei fratelli Cohen potrebbe far pensare ad un tentativo di cavalcare l’onda del revival, le affinità con il lavoro compiuto da Steve Earle scacciano qualunque dubbio. Innanzitutto, Eaglesmith è un autore che da anni fa i conti con la tradizione e questo è il suo undicesimo disco. Inoltre con l’aiuto dei Flathead Noodlers, un po’ quello che la DelMcCoury Band è stata per Earle, non si è limitato a proporre delle cover di brani old times, ma ha composto i brani di suo pugno.
La forza di queste canzoni è di suonare proprio come dei traditionals, aspri e concreti: sia nella scrittura che sulla chitarra, la mano di Eaglesmith è fiera e nodosa, come quella di chi ha lavorato a lungo tra le montagne. Emblematica la copertina: un omone che la vita non è riuscita a piegare, porta un cappellacio schiacciato in testa e guarda avanti con un ghigno truce, mezzo nascosto dalla barba.
La voce di Fred Eaglesmith appartiene proprio a questo tipo d’umanità: tesa, bruciata dal sole e da hard times che sembrano non finire mai. Come la scrittura di James Agee e gli scatti di Walker Evans in quello sconvolgente reportage sulla Grande Depressione che è “Sia lode ora a uomini di fama”, queste canzoni si portano dentro pezzi di vite consumate dal tempo e dalla fatica, caricate su una vecchia auto con la speranza di fuggire o, peggio ancora, abbandonate nel nulla per una strada che non si sa dove porta.
Non si tratta di un’operazione esclusivamente storica, perché la Nuove Depressione ancora si sta facendo sentire e perché Eaglesmith si impossessa della tradizione con suoni e canzoni che gli appartengono, come fosse tutto ciò che gli resta.
Grande risalto viene dato alle voci, sin dall’iniziale “The building”, un gospel che si alza imperterrito oltre un edificio di cui gli operai non vedono il senso e la fine. Anche nei pezzi più country ed hillibilly, il canto è sempre teso, si trascina fiero e sofferente come un vagabondo. In questo contesto strumenti tradizionali come fiddle e banjo non saltellano con l’intento di suonare popolari, ma a loro volta inaspriscono i brani, protesi verso un oltre che forse non c’è.
Treni, macchine da riparare, vestiti laceri, amori mancati, combattimenti di animali, un falò in lontananza e la nostalgia di una donna, di una casa: nel disco di Eaglesmith ci sono tutti gli elementi per scrivere una versione aggiornata di “Furore”. Magari con annesso un cd come “Balin”, vista la grandezza di canzoni come “The rocket”, “Tin Pot Nelly” e “Mary Lane”.
Track List: