I dischi in duetto tra un solista (piano, fiati o ance) e percussioni hanno sempre rappresentato nella storia del jazz una sorta di terreno minato nel campo dell’improvvisazione. Se da un lato la formula si presta ad essere sommo esempio dell’interplay jazzistico, inteso come dialogo e composizione istantanea, dall’altro la ricerca di soluzioni radicali e la mancanza di capacità compositive elevate spesso tendono a generare lavori pretenziosi o noiosi che non possono sottrarsi a paragoni ingombranti ("Intersellar Space" di Coltrane/Ali o "Mu" di Cherry/Blackwell per esempio).
I protagonisti di questo ennesimo incontro necessitano forse di qualche presentazione vista la loro scarsa visibilità sulla scena.
Fred Anderson è un tenorista classe 1929, che proviene da quella immensa fucina di talenti musicale che è l’AACM di Chicago. Essendo arrivato all’esordio discografico solo nel 1978, quando l’interesse per la scena creativa di Chicago era già scemato presso la critica, ha sempre goduto di scarsa visibilità inversamente proporzionale alla considerazione che musicisti e i critici più attenti hanno sempre avuto nei suoi confronti, tanto da spingere il famoso giornalista e musicologo John Corbett a ristampare due dei suoi lavori passati per la collana Unheard Music Series della Atavistic.
Hamid Drake da ormai dieci anni è considerato il miglior batterista / percussionista della scena improvvisata grazie anche al suo stile originalissimo che fonde elementi afrocubani, indiani e africani agli stilemi classici del free. Oltre ad essere collaboratore fisso di autentici giganti quali Peter Brotzmann e William Parker, Drake ha già pubblicato a suo nome diversi lavori che si pongono tra i più interessanti e vitali di un panorama in continua evoluzione.
Il risultato dell’incontro tra questi due magnifici musicisti riesce a ricreare la magia della Great Black Music che l’AACM ha contribuito a diffondere, perfetto esempio di Ancient to the future, innovazione e creatività a partire dalla tradizione.
Anderson è un musicista che ha vissuto in prima persona la stagione del bop e il primo free per poi interessarsi all’improvvisazione e alla musica creativa, il che rende il suo stile fruibile e melodico anche se personalissimo, debitore certamente al Coltrane del periodo Impulse per i toni ma non per il fraseggio, raramente esacerbato ed ermetico, arricchito anzi da preziosissimi vuoti (che mettono in risalto gli scarti fantasiosi delle percussioni) e da inflessioni vicine alle musiche asiatiche (vedi la suggestiva Losel drolma).
Drake dal canto suo è una macchina ritmica fantasiosa e inarrestabile capace di evocare tutto lo scibile percussivo e batteristico della black music da Otis Blackwell, per lo stile fantasioso sui tom, a Joseph Modeliste dei Meters spingendosi fino ad ardite contaminazioni etniche quando lascia la sua trap drum per dedicarsi a tamboura africani. Non è azzardato dire che per comunicatività e fantasia Drake sembra essere l’erede più legittimo del grande Max Roach dal quale, più che lo stile, sembra aver mutuato il sincretismo musicale e la tensione mistica.
Gustosissimo anche il CD video con riprese delle session con visuale multipla (per rendere al meglio la perfetta interazione tra gli strumenti) e due interviste ai musicisti che parlano della nascita della loro collaborazione.
Track List: