Francoiz Breut - Une saison volèe

Francoiz Breut

Une saison volèe

2005 - Olympic Disk

29/08/2005  |  di Christian Verzeletti

Negli ultimi tempi si sono spese parecchie parole per la “nouvelle chanson”: altro non è che l’ennesima categoria attraverso cui promuovere e far passare “nuovi” cantautori. In questa è stata inserita anche Francoiz Breut, che in realtà avrebbe meritato di essere scoperta prima, almeno ai tempi del suo secondo disco “Vingt à trente mille jours” con cui noi l’avevamo incontrata.
Francoiz ha esordito nel 1998 e, più che partecipare di un eventuale movimento di recupero della canzone francese, potrebbe e dovrebbe esserne punto di riferimento.
La sua musica è ormai riconosciuta a livello internazionale: prova ne è anche il fatto che in questo disco è ospite al contrabbasso Joey Burns. Un certo tipo di folk oscuro, ovviamente meno di confine di quello espresso dai Calexico, è infatti al centro della sua musica: le sue canzoni sono dei quadretti in cui il quotidiano incanto dei personaggi è minato da una inquietudine tanto sottile quanto costante.
In questo suo terzo lavoro Francoiz ha curiosamente incluso nella confezione del cd quattro piccole illustrazioni, quasi dei fumetti infantili, per rappresentare le sue canzoni. Minuta e delicata, ma anche ricercata e attraversata da piccoli spettri, la sua arte è pervasa da un languore oscuro, da una sensualità che rivela piano piano la propria pericolosità.
“Une saison volèe” si potrebbe considerare, come si suol dire, il disco della sua maturità, almeno per come riesce a presentare l’anima sfaccettata di questa cantautrice che in troppo pochi in Italia ancora conoscono.
Fa effetto sentirla interpretare e cantare in italiano un pezzo di Fabio Viscogliosi, altro cantautore che è più considerato in Francia, e fa ancora più effetto pensare che solo uno delle quindici tracce dell’album porta la sua firma.
Eppure “Une saison volèe” è un disco omogeneo in cui le canzoni procedono in modo consequenziale: non sono gli episodi di un’unica storia, ma delle barchette di carta messe in acqua una dopo l’altra. Più curate di come le avessimo scoperte nei dischi precedenti, ma sempre sul punto di rovesciarsi da un momento all’altro.
Gli arrangiamenti e la voce della Breut esprimono al meglio questo connubio di delicatezza e fatalità: il disco è complesso e strutturato, ma, a differenza per esempio dell’ultimo Benjamin Biolay, la Breut non ha perso la sua sensibilità nel tentativo di evolversi.
Un pezzo come “La certitude” coniuga l’ansia di un’indie d’autore con la delicatezza di un’interpretazione fatta di echi e di tocchi: di questo va dato merito a Luc Rambo (synth, piano, organo, vibrafono, sequences, samples) e all’innata capacità della Breut. Splendide sono “Over all” e “Km 83”, sfiorate da un banjo, ma ogni traccia ribadisce una cura dediziosa: anche quando il pezzo si impone con una forza drammatica più elettrica, c’è sempre qualche filo sottile che lo attraversa come il soffio d’organo che percorre “Please be angry”.
La musica di Francoiz Breut sa insinuarsi nell’anima e rimanervi accovacciata. Più a lungo di quanto riuscirà a fare la stessa nouvelle chanson.


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Track List:

  • Intro|
  • La certitude|
  • Over all|
  • Le Ravin|
  • La vie devant soi|
  • Tambours|
  • Ultimo|
  • Km 83|
  • Sur le Balcon|
  • Une ville allongèe sur le dos|
  • La boite de nuit|
  • Please be angry|
  • Ciudad del mar|
  • Le premier bonheur du jour|
  • Contourne-moi

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