Fleet Foxes - Helplessness Blues

Fleet Foxes

Helplessness Blues

2011 - Bella Union

Americana Folk Folk rock

11/01/2012  |  di Pietro Cozzi

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L'interrogativo nei primi versi di Montezuma, l'esordio di Helplessness Blues, è da “bamboccione” doc: “So now, I am older/ Than my mother and father/ When they had their daughter/ Now, what does that say about me?”. E certo di tempo per metter su famiglia non ne resta al buon Robin Pecknold, leader dei Fleet Foxes, se ci vuole un anno e passa per partorire questo secondo disco e per troppo stress ci si rimette anche una quinquennale, arcistufa, fidanzata. Un anno speso a inventar canzoni costruite intorno a interrogativi esistenziali e rivestite di un affascinante immaginario magico-mistico-medievale. Un anno speso a stendere, uno strato sopra l'altro, copiosi arrangiamenti acustici, intriganti e un forse un po' furbetti, in quella che sembra la sagra dei cordofoni: chitarre (ovvio), e poi dulcimer, arpe, arpicordi, mandolini, violini e soprattutto “zither” (cetre). Nelle vesti di bardi celtici lui e i colleghi del sestetto di Seattle si trovano a meraviglia, sulla scia di altri giovani impegnati sugli stessi sentieri campagnoli, come i Mumford & Sons (più giocosi e scanzonati) o i Midlake (più seriosi e pastorali).

Il risultato è Helplessness Blues, osannato dalla critica internazionale, affascinante mix di folk-rock (Simon & Garfunkel), folk britannico (Fairport Convention) e west coast sound (Neil Young), con sopra una spruzzata di psichedelia. Ma nelle orecchie risuonano anche i Led Zeppelin più campagnoli (quelli del terzo disco e di The Battle of Evermore sul quarto), impressione confermata dal fatto che lo stesso Pecknold cita tra le influenze il musicista folk britannico Roy Harper, omaggiato dagli Zep nel brano Hats Off To (Roy) Harper, da Led Zeppelin III.

Rispetto a Fleet Foxes (2008), prodotto sempre da Phil Ek, c'è un mood meno solare e molta più riflessione, introspezione, profondità. Resta la voce di Pecknold, diafana, scintillante, cristallina, sostenuta dai coretti angelici degli altri come in un inno religioso (Montezuma, Battery Kinzle); quando si impenna in improvvisi e aggressivi crescendo (The Shrine/An Argument: “Sunlight over me/no matter what I do....”) è difficile rimanere indifferenti. L'ambizione è altissima, e non può che far piacere: lo si vede dai tentativi di andare oltre la forma tradizionale strofa-ritornello-bridge-strofa per costruire brani che alternano parti cantate e fughe strumentali. The Plains/Bitter Dancer, magica e sublime, e  The Shrine/An Argument (oltre 8 minuti!), con un indemoniato finale runoristico affidato a un pastiche di fiati, sono piccole suite. Tutto è rivestito da un lussureggiante tappeto di suoni acustici, un giardino di delizie che fiorisce ovunque (Lorelai valga come esempio) e che secondo i maligni nasconderebbe una certa carenza d'ispirazione compositiva.

Certo qualche caduta di stile non manca, come l'inutile strumentale The Cascades, ma tra i solchi di Helplessness Blues ritroviamo un sound tra i più originali, coraggiosi e intriganti dell'ultimo anno. Di pop di facile ascolto qui ce n'è davvero poco, i brani non sono così immediati e il successo di un disco come questo è senz'altro un buon segnale. 

 

 

 

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Track List:

  • Montezuma
  • Bedouin Dress
  • Sim Sala Bim
  • Battery Kinzie
  • The Plains/Bitter Dancer
  • Helplessness Blues
  • The Cascades
  • Lorelai
  • Someone You'd Admire
  • The Shrine/An Argument
  • Blue Spotted Tail
  • Grown Ocean

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