Father Murphy - Six musicians getting unknown

Father Murphy

Six musicians getting unknown

2005 - Madcap Collective

27/12/2005  |  di Ambrosia J. S. Imbornone

Non sappiamo se il fantomatico reverendo Murphy abbia davvero lottato ambiguamente contro le tentazioni del diavolo durante quaranta biblici giorni trascorsi in un deserto allucinatorio. Quel che appare evidente nel terzo album di Federico Zanatta, Chiara Lee e Vittorio Demarin è che la purezza delle sonorità del folk à la Byrds e del pop dei Beatles più hippie, targato soprattutto George Harrison, è continuamente minacciata e corrosa da arrangiamenti sghembi, in cui pulsa un’energia cupa che annulla la potenziale solarità del sound elettroacustico.
La serrata e tetra lotta tra bene e male sullo sfondo del secondo lavoro “When we were young the world wasn´t in your hands”, gravido di un post-rock tenebroso, sembra in realtà essersi conclusa e la nuova versione di “Butterflies and Bats” contenuta nel nuovo cd suona meno spettrale e più cordialmente country, seppur porti anche le stimmate di una malinconia anni ’70.
I suoni sono anche più puliti rispetto al primo, volutamente ruvido album omonimo, ma anche in questo disco il trio trevigiano conferma la sua vocazione iconoclasta. Ecco infatti che qui il “non-gruppo” trasgredisce apertamente i comandamenti del folk ortodosso, contaminando anche i violini più country e festosi con l’evanescenza spettrale di un’elettronica mefitica, con suoni distorti, voci filtrate, riff ossessivi.
Quando pure gli arpeggi di chitarra elettroacustica spadroneggiano più limpidi e imperiosi (“God Speed You My Nurse”, “Police”), le atmosfere si rivelano di una serenità solo apparente, come in un bellissimo album dei Delgados, caratterizzato da un titolo inequivocabile ed emblematico, “Hate”. Se però nel disco di Emma Pollock e soci le lunghe ombre nere dell’inquietudine si possono percepire più che altro tra le righe dei versi, qui invece esse sono concrete nubi malsane (che costringono innocui e gioiosi cori a trasformarsi in urla) oppure evidenti fendenti, che spezzano il ritmo con calcolate accelerazioni o misurati rallentamenti (vedi la notevole e camaleontica “Brain”).
Anche i pezzi più rigorosamente lo-fi dei Father Murphy non sono mai infatti esenti da accuratezza; questo lavoro si rivela così soprattutto un disco molto suonato, con lunghi momenti strumentali che utilizzano il fascino torbido della psichedelia e della musica dark per accompagnare o seguire versi cantilenanti (cfr. le esemplari e rivelatrici filastrocche infantili che aprono “Millhouse”) come preghiere o formule magiche ripetute fino allo spasimo.
Menzione d’onore tocca a “Seeds”, in cui un rock sanguigno, che a tratti ricorda i migliori Nirvana, rivela l’anima più nera della “mistica” combriccola, e a “It’s Raining Smiling Tunas, Dear C.Lee”, stranamente sospesa tra un brit-pop alla Oasis e i foschi mood degli Smashing Pumpkins più psichedelici. Esplicita è poi anche nel titolo una nota di (auto)ironia sulla discografia italiana, che rivela un po’ di amarezza: “I like indie labels, but indie labels don’t like me”, recitano senza giri di parole i versi di “Indie Labels”. La propria carriera è in effetti un percorso molto tortuoso e accidentato per chi è davvero indipendent come Zanatta (anima del Madcap Collective, che nel nome ricorda “The Madcap Laughs” del suo ideale fondatore Roger Keith “Syd” Barrett) e non ha alle spalle l’industria promozionale dell’indie di moda. Tuttavia, c’è da augurarsi che gli autori di un disco “folle” come questo, che ricorda gli imprevedibili Eels, non stiano davvero percorrendo la strada che li porti verso l’anonimato, ma possano avventurarsi su quella della notorietà.


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Track List:

  • INTRO|
  • TELL YOU A SECRET|
  • POLICE|
  • SEEDS|
  • IT´S RAINING SMILING TUNAS, DEAR C.LEE|
  • BRAIN|
  • MILLHOUSE|
  • I WAS IN A COMA THEN I WOKE UP AND I ASKED FOR A MILKSHAKE|
  • HEARTBEAT|
  • INDIE LABELS|
  • BUTTERFLIES AND BATS|
  • THREE MUSICIANS GETTING UNKNOWN|
  • GOD SPEED YOU MY NURSE

Father Murphy



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