Core: in anglofono nocciolo, essenza, nucleo vitale. Qualche migliaio di Km più a sud,
all’ombra dei vicoli partenopei, core è sinonimo di sensibilità, concretezza, cuore, appunto. Quello
di Epo è un cuore maltrattato, respinto, dubbioso e tormentato. Un cuore messo a nudo in un album
denso e decisamente notturno, a dispetto del titolo che rimanda altrove, a quei temi che richiamano
buoni propositi che nelle 11 tracce che lo compongono si ritrovano a fare irrimediabilmente i conti
con la propria disillusione.
Di questo progetto conosciamo poco: ne è artefice primario il giovane cantautore Ciro Tuzzi, per
presentare il quale si sono azzardati paragoni con Eddie Vedder dei Pearl Jam, con gli
Alice in Chains, Jacques Brel… a ben vedere similitudini che non possono che lasciare
insoddisfatti. Se proprio di modelli vogliamo parlare allora credo sia giusto che questi vadano
cercati in territorio nazionale, partendo da quelli citati esplicitamente nell’album. Fabrizio De
Andrè prima di tutti, di cui della straordinaria “Amico fragile” Epo aggiorna con una
sensibilità fuori dal comune la rabbiosa passione di un testo difficile. Ancora meglio va con
Lucio Battisti, di cui viene reinterpretata in una struggente versione “Anna”. Che
dire poi della scuola napoletana della quale Epo si riappropria in “Core” (appunto), uno dei
brani più riusciti del disco, recuperando sia la chitarra acustica che il dialetto a reclamare a suo
modo l’appartenenza ad una nuova generazione di quel “fare musica” che nel passato partendo da
Napoli ha saputo conquistarsi popolarità in tutto il mondo.
Al primo ascolto Epo sa spiazzare reclamando da subito un’attenzione tutta particolare. L’indole
sofferta e travagliata del cantautore è il primo chiaro fattore che influenza con determinazione
brani in cui emozioni, intimismo e introspezione non sono ruffiani atteggiamenti da “bello e
dannato” del momento (ho scritto “bello”? Mah…), ma nascono da un più profondo e semplice bisogno di
comunicazione.
La musica segue a ruota queste necessità, movendo assecondando il gusto per un certo slow
core tanto in voga ultimamente, soprattutto nella ballata d’apertura “Serie/parallelo” e
nello sfogo di “Città amara”. Qua e là fanno capolino tracce di un gusto rock molto
raffinato anche se sostenuto (La strategia del mare) e di un’anima etnica traslata in scenari
futuribili come nella title track, un lungo e ipnotico itinerario arabeggiante tra gli
stretti vicoli di Napoli che farebbe invidia ai conterranei Almamegretta.
Gli arrangiamenti privilegiano le sonorità calde della chitarra acustica supportate da
un’elettronica sapientemente dosata dal tastierista e produttore Mario Conte, al quale va
riconosciuto il merito di non aver invaso lo spazio destinato alla voce calda e a tratti rotta
dall´angoscia, ma che anzi al fianco di questa viene utilizzata come freddo contraltare.
A queste note va aggiunta la cura con la quale, finalmente, sono realizzate la confezione e il
booklet, che privilegia una grafica minimale e sobria.
Credo che Epo abbia tutte le carte in regola per offrire alla musica melodica italiana una nuova
iniezione di vitalità, una prova onesta e coraggiosa che saprà mettere d’accordo i fans del
pop italiano più marcatamente da classifica con quelli dell’indie più oltranzista ed
elaborato. Potere del cuore. Anzi, del core!
Track List: