Adesso che i signori della musica italiana cominciano a restare in pochi, si sta tornando a scoprire la buona vecchia canzone d’autore. La scomparsa di De Andrè e di Gaber deve aver fatto suonare un campanello d’allarme, se negli ultimi anni anche chi sembrava accantonato, come Jannacci, ha goduto di un rinnovato interesse.
Meglio così che doversi sorbire inutili dischi postumi.
“L’uomo a metà” prosegue una rinascita artistica intrapresa con “Come gli aeroplani”. Come recita il titolo di una delle canzoni, Jannacci fa parte d’una “Gente d’altri tempi”, una categoria, umana prima che artistica, in via d’estinzione, che ha ancora il coraggio di chiamare le donne “signorine” o di dire che in tavola c’è solo minestra, senza dover abbassare la voce o distogliere lo sguardo. Ovvio quindi che i sentimenti non vengano nascosti: nostalgia e romanticismo non portano debolezza, sempre vanno a braccetto con l’ironia e con una sana voglia d’incazzarsi.
Deboli sono certi arrangiamenti e la produzione, soprattutto perché, essendo nelle mani di Mauro Pagani, era lecito aspettarsi di più: gli archi tendono ad assecondare un po’ troppo i brani, limitandosi a qualche facile sfondo come in “Lungomare”.
Di contro dal disco emerge un grande Jannacci, fiero e convinto, capace di descrivere un passato che non c’è più, come di cogliere la pericolosa instabilità dei nostri tempi. Tanta lucidità si riflette anche nelle sue interpretazioni, divertenti quando lanciano qualche sberleffo, toccanti quando si concedono al ricordo e sferzanti quando si fermano ad un presente amaro.
“L’uomo a metà” è colmo di una musica a cui non siamo più abituati, sincera al punto da apparire ingenua: così suonano “Una storia” e “Lungometraggio”, quest’ultima dedicata al conflitto tra Israele e Palestina. “È sulla vita che si imbastiscono le canzoni”, canta Jannacci, e difatti le sue nascono da immagini vissute, che arrivano indistintamente dal quotidiano come dalla storia.
Jannacci è artista in toto, rinascimentale per la varietà e la saggezza del suo approccio. Strumenti ed umori vengono accostati con pertinenza: il kazoo de “Il sottotenente” serve per estrarre dal cilindro un messaggio di pace, mentre l’arrangiamento orchestrale della title-track insinua il rischio della guerra con un tempo da marcetta nazional-popolare. “Il pesciolone” poi si impenna con una giovialità bandistica che cita e ribadisce l’ironia di “No tu no”.
Basterebbero gli ottoni e la fisarmonica che introducono “Niente domande”, se non venisse da rimpiangere il lavoro mancato da Pagani. Ma in un disco come questo lacrime e riso si alternano troppo velocemente per lasciar spazio al rimpianto, anche quando Jannacci si concede un ritratto autobiografico (“Una vita difficile”) e poi saluta con gran tempismo con una canzone di Umberto Bindi: una stretta di mano ben salda che è un “Arrivederci”.
La nostra canzone d’autore si conserva in buona salute.
Track List: