Enrico Farnedi - Ho lasciato tutto acceso

Enrico Farnedi

Ho lasciato tutto acceso

2011 - Sidecar / Brutture Moderne

Emergenti Alternative Cantautorato

21/12/2011  |  di Luca Andriolo

Enrico Farnedi non sa e lo ammette. O meglio, finge di non sapere. La sua poetica di contemporanea naïveté lo porta a fingere di non (voler) saper suonare, lo porta a dichiarare piccole inadempienze ed ignoranze quotidiane, a uscire lasciando tutto acceso e a giocare con la musica e se stesso. In tempi di Bugo e compagnia assortita non sarebbe una gran cosa, e l’aggravante dell’ukulele (strumento alla ribalta della scena indie, spesso accompagnato da languori domestici e felpe a righe) rischierebbe di far perdere la strada all’ascoltatore e magari di far imboccare al Farnedi quella di una maggior visibilità. Ma Farnedi questo lo sa, perché suona da consumato musicista, quale è, una dozzina di strumenti, e insieme sa di non sapere, perché non sa porsi con l’atteggiamento stucchevole del cantautore per forza ironico, al riparo da critiche e dedito all’ostentato disimpegno, anche se l’attenzione è rivolta al lato meno eclatante dell’esistenza e persino della musica: “Le canzoni che scrivo sono piccole, un po’ come il chitarrino,” dichiara, “sono canzoni che parlano di attacchi di panico, di domande senza risposte, di lacrime di cane, di pigrizia e paura di viaggiare”. 

Dopo anni di collaborazioni importanti (sul suo curriculum i nomi dei Good Fellas, dei Quintorigo, di Francoise HardyVinicio Capossela, Tanita Tikaram , ma anche… Cochi e Renato!)  Enrico ci presenta questo suo primo disco solista, che si fa strada tra echi di Beck, spunti popolari con sentori di Jannacci, disinvoltura sorniona e voce strozzata, presentandoci una personalità musicale eclettica, col dono dell’orecchiabilità, velata di low-fi ma curata nei dettagli. Dall’hawaiana apertura di Due minuti, aggraziata ma non priva di amarezza, si passa alla drum machine di Corso Sozzi, con addirittura Howe Gelb in lontananza nelle prime note e il passaggio ad uno strano Rino Gaetano post mortem e un bel po’ di pop. Questi sono gli estremi: il siparietto strumentale di Due Sorelle medievaleggia, Julie è una curiosa incursione anglofona in atmosfera surf, Salsa di lumache un’improbabile cover forse troppo compiaciutamente demenziale, Lena una delicatissima, divertente ballata ancora una volta fatta di cose quotidiane e nostalgie quasi infantili e per questo toccanti, Lonely Planet riprende la penna di Matt Johnson ma si discosta forse troppo dal resto del disco, e i The The sono distanti.

Ecco, il punto di forza e il punto debole di Ho lasciato tutto acceso coincidono in una grande eterogeneità, dove eclettismo e incoerenza si abbracciano. Ma l’ultima traccia, se è una promessa, è di quelle a cui ci piace credere, perché Quanto Piangere è un capolavoro, e si può dirlo senza paura di usare il termine a sproposito. Testo ironico e dolente, musica da liscio messicano (in cui Farnedi sfoggia la sua maestria con i fiati), atmosfera dimessa e divertita, senza tralasciare l’ombra, questa volta, di una “serietà” cantautorale di gran classe: “La musica triste o i ricordi/ non so cos’è peggio/ pensare che avevo gli spiccioli per il parcheggio”. Se passasse inosservato sarebbe un peccato e uno spreco di grazia e poesia.


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Track List:

  • Due minuti
  • Corso Sozzi
  • Fotografia
  • Due sorelle
  • Julie
  • Cuore a metano
  • Ci penseṛ luned́
  • Informagiovani
  • Salsa di lumache
  • Norma
  • Lena
  • Ho lasciato tutto acceso
  • Lonely Planet
  • Kabir
  • Quanto piangere

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