Il fatto di essere figlio di Antony Perkins, l’attore di “Psycho” morto di Aids nel 1992, e della fotografa Berry Berenson, deceduta invece durante l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001, ha certamente creato intorno ad Elvis molta attenzione dai parte dei media. Diversamente il suo esordio discografico sarebbe stato cibo per sole riviste di settore. Ma tant’è.
Che la sua musica sia quindi figlia dolente di queste tragedie è una caratteristica evidente ma non così esclusiva. Perchè se è vero che nelle canzoni di Perkins si incontra spesso una certa attitudine alla malinconia, alla ballata introspettiva, è anche vero che spesso qualche raggio di sole spunta qua e là, ad esempio nella beatlesiana “May Day”.
Spesi tutti gli aneddoti con la curiosità che il suo primo maestro di chitarra è stato il bassista dei Knack (sì, quelli di ”My Sharona”) Prescott Niles, rimane un album di buona sostanza, in cui non mancano certo canzoni di spessore, come “Emile’s Vietnam in The Sky” che viaggia dalle parti del miglior Damien Rice. Ottimo poi l’iniziale “While You Were Sleeping”, un brano che ci regala un’attitudine gentile che viaggia sullo stesso binario di un Sufjan Stevens: con la differenza che Antony sembra conoscere la stazione dove fermarsi, magari dopo aver sussurrato con una turgida tromba il suo arrivo.
Anche “Ash Wednesday”, il brano che dà il titolo a questo debutto, aiuta a tenere il disco in alto, dalle parti di quel cantautorato americano capace di miscelare le radici folk con buone melodie pop.
Verso la fine il disco si spegne un po’, sembra quasi voler chiudere le porte alle sue spalle per isolarsi in una stanza buia dove “The Night & The Liquor” diventa il suo inno alla solitudine.
E se “It’s a Sad Word After All” è uno dei momenti più sofferti dell’album, “Good Friday” è invece l’inesorabile preghiera finale.
Se Elvis riuscirà a liberarsi dai suoi fantasmi, la prossima volta potrebbe davvero stupirci. Senza più scomodare le riviste patinate.
Track List: