Torniamo a scavare nel rock mainstream americano per presentare una giovane band, che sentiamo vicina a Mescalina per modi di operare, oltre che per affinità sonore e gusti musicali.
Gli Elroy sono del New Hampshire, e fanno rock nella maniera più indipendente possibile, al punto che sul loro sito (www.elroymyusic.com) hanno una sezione intitolata “Don’t buy it”, ovvero “non compratelo”, in cui mettono a disposizione la loro musica in MP3. Da tempo, ai loro concerti, Marc e compagni distribuiscono i propri cd gratuitamente in nome della musica libera e ora hanno messo in commercio il loro primo album ad un prezzo più che accessibile.
Oltre che per queste iniziative che confermano quanto oggi la passione per la musica porti su strade opposte a quelle del tradizionale mercato discografico, gli Elroy si segnalano anche per la bontà delle loro canzoni: niente di rivoluzionario, ma un rock ben fatto, meritevole di una possibilità, anche in questi tempi di sovraffollamento.
Leader della band è Marc Mc Elroy, polistrumentista e sessionman, uno che la sa lunga in fatto di rock. È proprio questa competenza ad emergere dalle canzoni del cd, che vanno a toccare alcuni capisaldi del rock americano da Steve Wynn ai Crazy Horse ai Creedence Clearwater Revival. Gli Elroy suonano come fossero veterani e questo finisce per essere il loro maggior pregio e difetto: non si deve cadere nell’errore di pretendere un suono nuovo ed originale a tutti i costi, soprattutto al primo cd, ma chi ama e segue questo genere di rock sa quanto sia necessario spingere e sforzare per ottenere delle sfumature che suonino personali.
Queste undici canzoni presentano una buona maturità che grosso modo si può fare risalire a Steve Wynn nel guitar work e ad Alejandro Escovedo per una certo forma di scrittura e di procedere nel canto. Gli Elroy suonano invece già sentiti quando si lasciano andare al rock’n’roll più tradizionale come in “Tran-Atlantic blues”, un pezzo ben suonato, con l’organo che tira, ma che non riesce a distinguersi.
Meglio quando la band si concentra su toni più scuri come in “Everybody’s angel” con un basso profondo e una chitarra arruginita che tiene tutto in bilico tra i Crazy Horse, Tom Petty e i Wallflowers. In “Dangerous girl”, “She’s never coming back” e “Smoking dope and watching tv” la scrittura di Marc trova l’ambiente adatto, mentre la chitarra e l’organo riescono a definire meglio il suono. Proprio i pezzi più aspri riescono a convincere, facendo venire in mente sprazzi sonori del Paisley Underground, leggermente minacciosi ed infiammabili, soprattutto quando dai toni bassi accennano a discrete risalite.
Logica la conclusione con “I threw it all away”, una punk song in pieno stile Clash, su cui la band fa confluire tutta la propria energia e la propria voglia di partire da una strada diversa.
Track List: