Elliott Smith - New moon

Elliott Smith

New moon

2007 - Domino

20/06/2007  |  di Maurizio Pratelli

Per i comuni mortali si parla da tempo di testamento biologico. Siccome l’eventuale legge è ancora in discussione, pensare a una postilla che garantisca ai musicisti anche il rispetto delle loro canzoni post mortem, non sarebbe un’idea così malvagia.
Chissà quanti dischi inutili ci potrebbero risparmiare i figli di, gli amici di, le mamme di, i produttori di. Chissà se anche gli imminenti primi vagiti di Nick Drake sarebbero rismasti tra le cose solo sue, così come avrebbero dovuto rimanere tali i molti frammenti qua e là raccolti da Miss Guilbert di Jeff Buckley. E chissà se le ventiquattro canzoni di questo doppio disco, ancora voluto da Larry Crane, avrebbero visto davvero la luce.
Più facile pensare che sarebbero rimaste molto a lungo quello che sono, gli “scarti” di un periodo estremamente creativo d Elliott Smith. Brani scritti nella seconda metà degli anni ’90, per la maggior parte frutto delle sessioni di “Either/Or”, il terzo album del cantautore americano pubblicato nel 1997. Ma questa premessa non vuol essere, sia chiaro, una sentenza inappellabile sul disco in questione, nè tanto meno un giudizio negativo sulla musica di Elliott che è e rimane, anche in questo frangente, disperatamente ricchissima.
Più semplicemente continuiamo a essere un tantino allergici alle operazioni postume che, come tutte, iniziamo a pescare in cima al barile per finire senza poi nessuna remora col raschiarlo fino al fondo. Accontentiamoci allora di essere ancora in superficie, tra le prime pagine di un artista che sapeva far convivere come pochi la dolcezza della sua musica con l’amarezza delle sue liriche.
Qui scorrono ancora i “suoi” Beatles, il “suo” Dylan, le affinità inevitabili con Nick Drake, quelle magari meno cristalline con una certa attitudine punk dei Pearl Jam, basti ascoltare l’elettrica ed energica“High Times”. I rimandi sono continui come i flussi di un fiume che scuotono persino Simon & Gurfunkel con le note di “Big Decision”.
Certo manca qui la compiutezza di un album vero e proprio, la crosta uniforme di tutti i lavori di Smith. Insomma questo è una raccolta che potrà comunque far piacere ai fan che per primi misero sotto braccio, pardon, presero in mano, nel ’94 il vinile se ne era già andato, il cd di “Roman Candle”.
E mentre tutti potranno commuoversi mentre Smith accarezza la “Thirteen” dei Big Star, per i neofiti il consiglio è di risalire la sua melodica corrente ripartendo dal pur postumo “From A Basement On A Hill”, seguito compiuto dall’ineffabile Crane di “Figure 8”.


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