Elliott Smith - From a basement on a hill

Elliott Smith

From a basement on a hill

2004 - DOMINO

24/12/2004  |  di Domenico Maria Gurgone

Ieri. Elliott Smith è un incidente di percorso, la scoperta di una voce autentica e spietata tra le pieghe di un film che parla di genialità e sofferenza interiore (“Will Hunting” di Gus Van Sant), la sensazione che qualcosa di prezioso incroci la tua strada nel più casuale dei modi. Il ragazzo sfiora l’Oscar per la miglior canzone originale, esibendosi nel tempio dell’effimero con “Miss Misery”: ironia della sorte, l’improbabile statuetta gli viene sottratta da una zuccherosa e ingioiellata Celine Dion, certamente più a suo agio su quel palcoscenico. Eppure è l’inizio, ritardato di qualche anno rispetto all’esordio da solista, di un piccolo ma fedele seguito. E’ il 1998, ed Elliott festeggia firmando un contratto con la Universal per l’uscita del successivo “XO”.
Oggi. La storia che volevo raccontare è già praticamente chiusa. Un coltello piantato in petto, in una cucina troppo squallida e un mistero (suicidio? altro?) ancora lontano dall’essere svelato circondano la morte di Smith, avvenuta il 21 ottobre dello scorso anno. Rimangono cinque album da avvicinare lentamente, a causa del carico di disperazione che contengono. La dipendenza dalla droga, innanzitutto, ma anche lo sguardo fisso sul baratro che ha suggerito a più riprese i facili e scontati accostamenti con Nick Drake, forzati da una fine in fondo assai simile, in quanto avvenuta troppo presto. Eppure, dietro questo velo scuro, la struggente bellezza di una musicalità delicatamente fuori tempo, proveniente da lontano. Una carriera sì breve, ma tutto sommato compiuta qualora si pensi a quanto successo al giovane Buckley e ai rimpianti che si è lasciato dietro.
Ho fatto un errore. Gli album da tenere in conto per valutare la carriera solista di Elliott sono oggi sei – tralasciamo di approfondire la precedente esperienza in gruppo con gli Heatmiser – e questo “From a Basement on a Hill” non va sminuito o escluso per il semplice fatto di essere uscito postumo.
Il primo motivo è che il disco contiene alcuni degli esempi migliori della capacità di Smith di scrivere ballate personali, pur nel solco della lezione impartita dai Beach Boys e dai Beatles circa l’importanza della melodia nella costruzione di una canzone. E il ragazzo conosce dannatamente il fatto suo: le sue canzoni, mai qualificabili come canzonette – e come potremmo mai, visto che gli argomenti più ricorrenti sono di una tale drammaticità e purezza da spaventare – combinano parentesi elettriche (quasi) psichedeliche che colorano una base acustica mai scarna né scontata. Alcuni titoli rimarcano quel fil rouge che accomuna “From a Basement…” ai suoi predecessori: “The Last Hour”, “Twilight”, “Let’s get lost” sanno così evocare ancor prima di essere ascoltati ed interiorizzati. Ma è tutto l’album a porsi in una immaginaria linea di continuità con quanto Elliott ha già cantato: in questo senso, l’ultima conferma di una sincerità evidente.
Domani. Dove nasce “From a Basement…”? Nella testa di Smith o nei rimaneggiamenti della sua ex e del team di collaboratori che ne hanno curato la stesura? Beh, mi sentirei di escludere una nuova versione di “Sketches for my Sweetheart the Drunk”: non ci sono abbozzi di canzoni o appunti sviluppati da altri, linee melodiche alterate da sovraincisioni ecc. L’album non è quindi l’ultimo (fino a quando) esempio di sfruttamento postumo dell’arte altrui perpetuato da una cerchia più o meno stretta, più o meno legittimata di amici, parenti e chi più ne ha più ne metta.
Nelle diverse tracce di questo lavoro si respira la sensazione che ci si sia avvicinati molto a quello che sarebbe stato il seguito di “Figure 8”: “Strung out again”, “Coast to coast” e “Memory Lane” riprendono dei canovacci già sperimentati, che arricchiscono comunque il songbook smithiano con sfumature insperate. Insomma, mi piace dire che mentre lo si ascolta, una leggera puzza di zolfo ne lascia trasparire la diabolica perfezione, la sensazione dell’affiorare di note nuove e sconosciute di volta in volta. È solo una sensazione – ripeto – ma le note conclusive di “Pretty (ugly before)” e l’ironia acida di “A distorted reality…”, tornano a visitarmi spesso e in modo troppo drammaticamente concreto.
Un’ultima, dovuta, scusante per l’aver parlato di Elliott Smith al presente: nessuna velleità stilistica, credetemi, solo la consapevolezza di essere arrivato comunque tardi a farne la conoscenza, distratto da molti altri cantanti e gruppi. La sua stella è divenuta cadente troppo presto, in un cielo così affollato di luci intermittenti. Ma è pur sempre vero che non si può camminare a lungo a testa in su.


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Track List:

  • COAST TO COAST|
  • LET’S GET LOST|
  • PRETTY (UGLY BEFORE)|
  • DON’T GO DOWN|
  • STRUNG OUT AGAIN|
  • A FOND FAREWELL|
  • KING’S CROSSING|
  • OSTRICH & CHIRPING|
  • TWILIGHT|
  • A PASSING FEELING|
  • THE LAST HOUR|
  • SHOOTING STAR|
  • MEMORY LANE|
  • LITTLE ONE|
  • A DISTORTED REALITY IS NOW A NECESSITY TO BE FREE

Elliott Smith



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